• Gen
    26
    2018

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Capitol

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Su YouTube ci sono tantissimi video di quelli “10 minuti di…” in cui una stessa frase viene ripetuta identica, o con poche variazioni, per l’intera durata del video (ci sono anche le versioni hardcore da 10 ore, per i più temerari). Il mio preferito si intitola 10 minuti di fettine panate, e ovviamente lo sfidone matto consiste nel vederlo tutto fino alla fine senza scoppiare. Per chi riesce a superare la prova, le soluzioni che si presentano a visione conclusa sono solo due: uscire di casa e mettere le mani addosso a qualcuno per sfogare nel dolore fisico una catarsi ormai inafferrabile, oppure comunicare per tutto il resto della giornata utilizzando solamente l’ormai introitata locuzione fettine panate!. Le due opzioni possono anche essere combinate.

Senza troppe differenze, quella appena descritta è la stessa prostrazione psico-fisica in cui ci si trova dopo aver ascoltato tutto il nuovo Culture senza interruzioni, per cui a un certo punto rispondi a call & response anche a tua mamma. 24 pezzi per quasi due ore complessive è una roba monstre, soprattutto se si parla di un lavoro dove la poliedricità ritmica non è che sia esattamente il leitmotiv. I tre amigos ti fanno scivolare a forza in una sorta di torpore mistico strinato di autotune e rullanti a stampo, contrappunti vocali perenni alla voce narrante e tutto l’armamentario trap che di fatto ormai è il loro, nel senso che Migos ormai – ancora più di Future – è l’antonomasia per eccellenza del trend. Sembra però qui di stare masticando un’enorme Big Bubble sintetica e troppo succosa, che ti anestetizza e ti asciuga allo stesso tempo.

Le cose da dire non sembrano troppe: loro tre sono i re, lo sanno loro e lo sappiamo noi, e giustamente se la menano. E allora ecco la solita e telefonata narrazione di lusso e bitches, senza troppi sussulti (uno Sfera fatto molto meglio insomma). Ad ascolto concluso l’orologeria da polso di Quavo e soci non ha più segreti. Di fatto hanno portato un genere al next level, suonano ancora fighi e se la godono nel guardare tutto il resto dalla cima. La domanda resta: e adesso? Il panzer produttivo in sostanza ha solamente due marce nell’arco di tutto il disco: “molto piano” e “un po’ meno piano”. L’unico beat che si stacca un pochino dal canovaccio è Stir Fry, che infatti è prodotto da Pharrell e si sente lontano un miglio (sembra un pezzo dei Neptunes), e chiaramente sarà la direzione da seguire quando anche loro ne avranno avuto abbastanza.

Sul team produttivo dietro al mattone si è detto e scritto tanto; alla fine la lista è comunque impressionante (tra i tanti ci sono Metro Boomin, Ty Dolla $ign, Travis Scott, lo stesso Wiliams), e anche Kanye rifà capolino per BBO (ma sentite anche il bridge di Too Much Jewelry). In generale però la sensazione è che pur rappresentando il massimo possibile dal giro, un po’ di coraggio in più non avrebbe guastato. Mi spiego meglio: la sensazione più recente avuta da tanti degli ultimi dischi di questo tipo (mi vengono in mente Super Slimey e Jack Huncho) è che, assodato l’impianto di base, che è sostanzialmente sempre lo stesso con variazioni minime, ci sia la corsa ad impreziosire la trama con la figata di turno che sia la più intrigante possibile. E allora anche qui ecco le chitarre di Narcos, i synth e i flauti super fluttuanti di Supastars, gli arpeggi di Autopilot, i fiati soul in BBO (Bad Bitches Only), gli scampanelii di Walk It Talk It, la coda blues di Emoji a Chain, il piano pensoso di Crown the Kings.

Magari è arrivato il momento di guardare oltre e tentare finalmente di far evolvere il genere andando oltre la ricerca del sample più figo da infilare nel beat. Perché ora ok, il disco suona ancora cool per qualcuno e ci sta, ma ormai è fin troppo evidente che il recinto è stretto e le bestie al suo interno stanno sbattendo sempre più spesso il muso contro la staccionata. La stanchezza c’è e ogni tanto filtra copiosa tra le maglie; basta sentire Open It Up: non l’avete già ascoltata da qualche parte?

29 Gennaio 2018
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