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7.7

A distanza di alcuni giorni dalla sessione conclusiva delle quattro tenute dal duo presso la radio britannica NTS (5, 12, 19 e 26 aprile 2018), gli Autechre hanno condiviso il dettaglio dei formati fisici e digitali relativi alle loro session. Seguendo la politica già adottata per elseq 1–5 (recensito da Edoardo Bridda), anche questa nuova serie si compone di lavori precedentemente trasmessi via radio e successivamente raccolti prima in EP e poi in boxset. In questo caso i raccoglitori sono quattro ma il minutaggio è persino raddoppiato. Se il precedente tomo contava su considerevoli quattro ore (e il ricordo va al quadruplo disco dei Pan Sonic, Kesto, con i dovuti distinguo), questo addirittura raddoppia e presenta otto ore di musica per 36 composizioni complessive di cui, anche questa volta, un bel po’ di tracce sopra i 10 minuti (e una, Alla End, di 58:22).

Per la coppia si tratta di un ulteriore traguardo rispetto a quell’Exai del 2013 che idealmente dava inizio a nuova fase, un rilancio degli EXperiments on Artificial Intelligence, e dello spirito che nei 90s aveva animato la storica compilation Warp, con le tecnologie che nel frattempo hanno portato a un nuovo livello la composizione musicale elettronica. Utilizzando estensivamente MAX/MSP, con algoritmi generativi, minuzioso editing, vario hardware e altre diavolerie di cui non è dato sapere, Rob Brown e Sean Booth hanno inaugurato un nuovo rapporto dialettico con le macchine, e così facendo rinnovato dall’interno il loro marchio, al solito imprendibile e aspergeriano (chiamatelo se volete avant-electro, post-human e Hip Hop, robo-funk, free jazz androide, cubismo antigravitazionale, ecc.) e in totale aderenza a una comunità musicale che volente o nolente deve qualcosa (se non tutto) alla loro lezione (da Holly Herndon a M.E.S.H. nessuno escluso).

Loro che nei 90s sono sempre stati aut- quando molti, troppi, si accontentavano di orbitare attorno a una ora vetusta idea di sci-fi e cosmiche di recupero (o quasi, vedi Boards Of Canada e la loro saga in ideale Super8, pre-Hauntology sulla coda lunga del rave, e vedi Aphex Twin con il suo taglio da “songwriter” e poi compositore post-techno), sono oggi i testimoni privilegiati di un’epoca che sembra a un passo dalla presa di coscienza di Skynet (via Siri e Alexa). La loro musica si fa narrazione privilegiata di questo passaggio non dal punto di vista dell’uomo, né da quello delle sue sovrastrutture e coscienze collettive di durkheimiana memoria, ma da quello delle macchine, delle interazioni tra esse a livello nodale (nel senso dei nodi della rete), fino a quello subatomico. Tutti concetti che ben si sposano con i filosofi della Object Oriented Ontology, con chi vede nella loro opera una splendida esplosione al ralenti che dura ormai da 30 anni (ciao Zingales), con chi li immagina persi in una coordinata temporale 80s alle prese con tutti i possibili futuri alternativi da allora in poi (Andrew Nosnitsky su Pitchfork) e tante altre teorie ed elucubrazioni, ma che trovano nella formazione un muro di impenetrabile silenzio o quasi, vedi la Q&A su Watmm.com del 2013 (quasi un libro di testo, alla faccia dell’aut- di cui sopra).

Allora come oggi, per il duo non esiste né sesso né razza migliore o peggiore, contano solo la musica (che per loro è sempre stata ed è “dance”, e noi aggiungiamo pure “electro”) e le macchine per produrla, anzi, oggi, per farci l’amore a tre. Una corrispondenza di amorosi circuiti che può bastare e bastarsi, ricorsivamente on and on. La macchina riceve dal duo e la macchina dà, loro scelgono la variante prodotta che più si confà al loro gusto e magari ci pistolano qualcosa, magari la rimettono dentro la macchina. Chissà cosa fanno e come lo fanno, ma sappiamo che il metodo che stanno utilizzando non è poi distante da quello utilizzato da Eno per le sue Music For Installations. Viene quindi facile parafrasare l’egregio non musician: gli Autechre in queste session vivono in un eterno now in cui sono ovunque e da nessuna parte. Suonano sempre uguali e sempre un poco differenti. Suonano per sempre.

Gli ultimi secondi di San Junipero re-immaginati come soundtrack continua (ascoltatevi la timheckeriana, ascensionale, All End). Dietro il pulsare della spia rossa del mainframe cosa succede? Autechre: Autechre. Non c’è molta gente in giro che possa vantare un risultato artistico del genere.

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