Recensioni

Ravenna Jazz 2015 è stato un festival di voci e fiati. Potremmo sintetizzare così, in modo drastico e semplicistico, la quarantaduesima edizione di una manifestazione musicale ormai storica che ogni anno sa regalare a Ravenna una parentesi culturale, prima che musicale, imprescindibile. Un festival che nel 2015 ha scelto una linea piuttosto classica – nella scorsa edizione gli IsWhat? e il duo Mesolella-Raiz avevano un po’ rimescolato le carte – ma apprezzabile, con gli headliner del cartellone a confermare le grandi attese e in parallelo situazioni come Pazzi di Jazz – serata quest’anno dedicata a Frank Sinatra, con al centro un’orchestra costituita esclusivamente da studenti delle scuole ravennati e il “patrocinio” di Paolo Fresu, Alien Dee, Ambrogio Sparagna e Tommaso Vittorini – sempre attente a “propagandare” il verbo anche tra le giovani generazioni.

Dovessimo stilare una classifica dei migliori concerti tra i principali previsti dalla rassegna – ovvero quelli destinati al palcoscenico del Teatro Alighieri – cominceremmo probabilmente dal live di Dianne Reeves. La cantante detroitiana, premiata con un Grammy per il Best Jazz Vocal Album nel 2015 con Beautiful Life, ha arrangiato la consueta mistura in bilico tra blues, soul, jazz, con qualche incursione tropicalista e un grande portato africano a incorniciare il tutto. Quest’ultimo elemento è emerso non solo dalle evoluzioni flessibili del cantato, ma soprattutto da uno scat magistralmente condotto e decisamente tarato su cadenze terzomondiste, oltre che dalla batteria di un Terreon Gully lucidissimo nel sottolineare tribalismi e dettagli ai piatti, poliritmie sotterranee e cesellature. Tra una Summertime di Gershwin intonata dai soli musicisti (batteria, tastiera/pianoforte, contrabbasso/basso, chitarra) in apertura e una The Man I Love da pelle d’oca, si torna a casa col ricordo di un jazz moderno, contaminato, flessibile, caldissimo e soprattutto capace di una naturalezza (nell’estrema perizia tecnica) non da tutti.

La stessa che forse è un po’ mancata a Dee Dee Bridgewater e China Moses nella serata d’apertura del festival, bravissime a portare a casa il risultato davanti a una platea estasiata, ma votate a quello che ci è parso un ottimo concerto di mestiere. Madre e figlia sembrano due compagnone: si siedono su un paio di sgabelli mentre la band (pianoforte, tromba, sax, batteria, basso, chitarra) improvvisa, parlano e ridono tra loro, bevono, si fanno aria con un ventaglio, il tutto con una certa teatralità da professioniste navigate. La Bridgewater arriva a commuoversi pensando a Ray Charles, in un set in bilico tra classici – in scaletta spunta anche Dinah Washington – e (ottimi) brani composti dalla Moses che comunque rimarca la duttilità ruvida e impeccabile della voce della madre e la morbidezza suadente di quella della figlia.

L’altro punto di forza di Ravenna Jazz 2015 è stato il live dell’Arturo Sandoval Sextet. La tromba gillespiana di Sandoval ha una “latinità” istrionica ed esplosiva, per certi versi unica, almeno quanto esplosivo è il personaggio in sé. Navigato cultore dell’accentramento dell’attenzione, il Nostro è direttore d’orchestra (è lui che “lancia” le improvvisazioni dei vari musicisti con un cenno del capo o poco altro), cantante, intrattenitore, ma anche multi-strumentista (passa dalla tromba alle tastiere, al pianoforte, alle percussioni, alle maracas), con un corollario di continue indicazioni destinate al tecnico del mixer di palco che va di pari passo con gli assoli. La sua musica vive di contaminazioni fondate su un armamentario di percussioni gigantesco, su un set di batteria in stile Metallica capace tuttavia di swingare con classe su piatti, tom e poco altro, e sul cimbalom invasato di Marius Preda, vero alter ego degli ottoni di Sandoval. Da questo brodo primordiale viene fuori una ragnatela di suoni coordinati ma vibranti, una sorta di “confusione” controllata che ha molto a che vedere con una concezione della musica fanciullesca, divertita e senza freni.

Bello anche il tributo a Robert Wyatt andato in scena giovedì 7 maggio. Sul palco c’era la band della trombonista Annie Whitehead, con in più la nostra Cristina Donà e la cantante blues Sarah Jane Morris come ospiti alla voce. Un set musicalmente ricchissimo (chitarra elettrica, tromba, sax, Hammond, trombone, batteria, basso, pianoforte), divertente e virtuoso, libertino e sognante, esattamente come la musica del grande Wyatt. La scaletta ha previsto ovviamente la riproposizione di brani del musicista britannico (molti tratti da Rock Bottom), tra cui una splendida versione di Sea Song cantata proprio dalla Donà (alla voce anche nella sua Goccia) che da sola è valsa il prezzo del biglietto. Un live che prima di essere una raccolta di cover, è stato un grande atto condiviso di affetto e amicizia.

Il Gregory Porter Quintet ha chiuso le serate all’Alighieri con un concerto che ha saputo mescolare facilmente r&b, soul, jazz, gospel e blues. La voce baritonale di Porter è ormai un marchio registrato, ed ascoltarla con una formazione agile ed essenziale (contrabbasso, pianoforte, batteria e sax) è un’esperienza davvero gratificante. Meno sfumature ma molta potenza, in un cantato che avvicina il Nostro a un Sinatra invaghito di qualche bluesman rurale del Mississippi, con Marvin Gaye a benedire il tutto. Un’ora e tre quarti di ottima musica, in cui a spiccare è anche il sax velocissimo e ai confini con la contemporanea di Yosuke Satoh.

Anche la Ravenna Jazz dei club ha regalato buone soddisfazioni. Divertente e scanzonato il concerto delle Blue Dolls di domenica 3 maggio, con al centro riproposizioni di brani, tra gli altri, del Trio Lescano, del Quartetto Cetra, di Fred Buscaglione, Renzo Arbore e Renato Carosone: in due parole, lo swing nostrano. Le voci armonizzate sono quelle di Viviana Dragani, Angelica Dettori e Flavia Barbacetto, con un contorno di pianoforte, chitarra semiacustica, basso e batteria. Ironiche le interpretazioni, in un concerto che diventa anche teatro, tra cambi d’abito ed oggettistica varia a sottolineare i temi trattati dai brani.

Promosso, ma con riserva, il live di Francesco Bearzatti & Martux_M Crew al Cisim, durante il quale è stata proposta una rivisitazione di A Love Supreme di John Coltrane tra sax, Fender Rhodes ed elettronica. Sulla carta le potenzialità del concept alla base del concerto erano enormi, eppure non sempre il risultato è riuscito a mantenere alta la tensione: meglio, quando le basi elettroniche si sono mosse verso il dub o il trip hop optando per un impasto più temerario; non sempre a fuoco, invece, quando il tema centrale diventava la techno. La verità è che per tutto il concerto ci siamo chiesti come avrebbero interpretato le stesse indicazioni gli Autechre o Aphex Twin, generando uno dei What If… più inquietanti della Storia.

Coinvolgente, poi, il concerto di Alessandro Scala (sax) e Flavio Boltro (tromba) – batteria di Stefano Paolini e Hammond di Leo Corradi – al Mama’s, un live che si è mosso lungo direttive funk-jazz-hard-bop con qualche sbandata ritmica tropicalista, ovvero i binari percorsi dall’ultimo disco di Scala, Groove Island. Il titolare è preciso e pulito, Boltro suona più sporco ma molto swingante: il risultato è una pasta sonora ben amalgamata e decisamente divertente.

Chiudono il festival, al Teatro Socjale di Piangipane, Mina Agossi e il suo mix trasversale di blues elettrico, funk e jazz, ben rappresentato dall’album del 2015 Fresh. Il set della cantante franco-africana è un teatro stralunato e talvolta sopra le righe, una raccolta di riff taglienti da Stratocaster (viene in mente Buddy Guy) che possiede tuttavia un DNA ritmico terzomondista. Il tutto in una formula che rimane essenziale (sono della partita basso acustico e batteria, oltre alla chitarra elettrica), quasi fin troppo “semplice”, eppure in una maniera tutta sua, credibile. Talmente interattiva col pubblico, la Agossi, da dedicargli una “cappelletto blues” – siamo pur sempre in Romagna – che conclude degnamente la maratona del festival.

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