• mar
    17
    2017

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Domino

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Può l’incorporeità arrivare fino ad una massiccia compostezza? Questo è il lungo giro che fanno gli opposti, diventando (appunto) un circolo, nella musica dei Real Estate, giunti qui alla quarta prova dopo l’acclamato Atlas. Un percorso che assomiglia alla scultura, nonostante qui si parli di indie-pop: un lavoro plastico che non sai mai se si possa definire di sottrazione (quelle linee sinuose e austere di arpeggi di chitarre, la vera cifra stilistica della band del New Jersey) o di accumulo. Un accumulo che però qui è forse più pronunciato rispetto al predecessore, anche se la differenza va calcolata dopo più ascolti, perché il pop contemplativo del gruppo attua stratificazioni che non sono subito percepibili: dal rumorismo delle sei corde (che però non sfocia mai nel tumulto) alle tastiere, fino alle voci a volte effettate.

Le linee chitarristiche, prima di tutto: perché qui non si parla di power chords ma di intrecci placidi, tessuti emotivi che non sfociano mai nella complicazione strutturale. Ancora una volta, su questo campo, i Real Estate si dimostrano una band matura, capace di controllare la propria espressività figlia di una cu(ltu)ra del dettaglio quasi maniacale. E questo scheletro, di volta in volta, la band sceglie di presentarlo quasi nudo, come nei pezzi più aderenti alla storia passata, oppure robusto di carne (Stained Glass, melodica e chitarristica il giusto) o, ancora, coperto di abiti eleganti (la “spazzolata” ed elegiaca After The Moon). E poi avviene che quella struttura abbia dei sussulti, che abbandoni le vie solite e incespichi in gradevolissime deviazioni: Two Arrows forse il pezzo più interessante del lotto, con il suo progredire prima lento, insinuante, tenue, e che al centro trova uno spasmo che porta alla distorsione (accompagnata da un organo quasi dylaniano) e alla deriva psych finale.

Siamo in una regione dell’emotività musicale in cui, nonostante il lavoro di cesello, sono sempre i sentimenti a farla da padrone. Una regione in cui dream pop, jangle pop di matrice R.E.M., Byrds o Feelies, e indie Nineties abbracciano la West Coast dei Sixites (Same Sun). Il dream pop non ha il ruolo importante dato alle tastiere, che pure ci sono, come nell’iniziale Darling, ma vive in un clima liquido e dimesso. Il jangle pop è nella tendenza all’arpeggio, in una terra di mezzo in equilibrio tra melodia e struttura. L’attitudine anni Novanta viene da quell’immagine in controluce di Pavement non più scazzati ma maturi, pacificati. Fino al finale di Saturday, in cui si finisce in territori Lemonheads prima e Kurt Vile poi, abbandonandosi nuovamente alla psichedelia.

Per Martin Courtney e soci, reduci dall’abbandono del chitarrista e membro fondatore Matt Mondanile (sostituito qui da Julian Lynch), un altro ottimo disco, che non rinuncia alle forme del passato continuando a lavorare di fino e raggiungendo nuovi livelli di complessità senza mai rivelarsi noioso, algido o austero. Emozionale, ma in punta di dita. Un po’ come quegli arpeggi.

20 marzo 2017
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