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Per colpa di una distrazione e della sua teatrale sfrontatezza, il leggendario Cassius “Cash” Clay (Eli Goree) riceve dal suo sfidante Henry Cooper un colpo talmente ben assestato da mettere al rischio la sua partecipazione alla finale di Miami del campionato mondiale di pesi massimi. Grazie al successo della sua You Send Me, Sam Cooke (Leslie Odom Jr.) fa il suo esordio al Copacabana, il famoso nightclub di New York in cui ha sempre sognato di esibirsi, ma il pubblico bianco abituale “non è pronto” ad applaudire un artista nero. Il campione della NFL (National Football League) Jim Brown (Aldis Hodge) viene elogiato per i suoi successi sportivi da un vecchio conoscente e “amico” di sua madre, un ricco signore bianco che però non fa entrare in casa persone di colore. Sempre più malvisto da una buona fetta dell’opinione pubblica e dalla tentacolare FBI di J. Edgar Hoover, Malcolm Little aka Malcolm X (Kingsley Ben-Adir) decide di uscire dalle fila della Nation of Islam (NOI) di Elijah Muhammad, il movimento politico («setta islamica militante») a cui ha dato sé stesso (e la sua famiglia) per anni.

Eli Goree, Leslie Odom Jr., Aldis Hodge, Kingsley Ben-Adir. Still da “One Night in Miami” (2020). Regia: Regina King

Di che cosa potrebbero parlare quattro personalità di spicco della comunità afroamericana degli anni Sessanta se fossero riuniti in una stanza? Probabilmente è questa la domanda che si è posto Kemp Powers prima di immaginarsi la storia di Quella notte a Miami… (One Night in Miami), il suo acclamato dramma teatrale da cui è tratto quest’omonimo film, il primo diretto dall’attrice premio Oscar Regina King (Jerry MaguireRay, Se la strada potesse parlare, la serie Watchmen). Infatti il “vero” racconto inizia dopo quell’extra-testuale “ouverture del fallimento”, quando i quattro protagonisti decidono di festeggiare la vittoria del titolo di campione del mondo di Cassius Clay (non ancora Muhammad Ali) all’Hampton House Motel, un motel per neri di Miami scelto appositamente da Malcolm X e sorvegliato dalla NOI. È la notte del 25 febbraio 1964, dopo la storico match contro Sonny Liston, e il Civil Rights Act del ’64 voluto da John F. Kennedy (assassinato l’anno prima), definito poi dal suo vice Lyndon B. Johnson, entrerà in vigore ufficialmente nel giugno del ’65 ponendo fine (almeno sulla carta) alla discriminazione in tutti i luoghi pubblici. 

Quella notte a Miami… è ambientato nel pieno della lotta per i diritti civili, la lotta che per la comunità afroamericana (e per gli Stati Uniti in generale) ha rappresentato una fase di transizione tra ciò che è sempre stato e ciò che si spera possa essere sempre («per questo il nostro movimento si chiama lotta, perché lottiamo per la vita»). Nell’opera quest’idea della transizione si rispecchia brillantemente nella rinascita di Cassius Clay come Muhammad Ali, quindi nella sua conversione all’Islam guidata dalle premurose attenzioni di Malcolm X che, a sua volta, è intenzionato a risorgere come fondatore di un nuovo movimento (Muslim Mosque, Inc.) scisso dalla NOI (altra transizione). Inoltre l’azione principale avviene in un’asettica stanza di un motel, che per sua stessa natura è luogo di passaggio, ma la riflessione si amplia ulteriormente quando viene specificato che l’Hampton House è un motel ancora segregato, quindi di sicuro una delle tante zone franche segnalate nel green book (la guida “non ufficiale” per viaggiatori neri, già al centro del bellissimo e pluri-premiato Green Book di Peter Farrelly del 2018). 

Malcolm X, seen standing behind the soda fountain, snaps a photograph of Cassius Clay following the boxer’s victory over Sonny Liston on February 25, 1964. (Photo by Bob Gomel / The LIFE Images Collection via Getty Images)

L’intelligenza del testo di Powers consiste nell’aver trasformato una delle tre tipiche unità aristoteliche (luogo) in un limbo in cui i protagonisti ragionano sia sul significato di quello che hanno ottenuto primeggiando nelle rispettive categorie-simbolo della black culture (sport, musica, politica) sia sul contributo che queste vittorie hanno portato e portano davvero alla causa, alla lotta e all’idea di un liberatorio black power. Grazie anche al ricordo del sopracitato green book, la stanza di un motel diventa quindi icona di quei pochi spazi sicuri in cui alle persone di colore viene data la possibilità di essere sé stesse senza la paura di essere bersagliati dagli stereotipi e dal razzismo (anche se Malcolm è allarmato da possibili microspie piazzate dall’FBI). Qui si nota l’eredità teatrale e spirituale di August Wilson, il più importante drammaturgo afroamericano della storia: per esempio in Barriere, già portato magnificamente al cinema da Denzel Washington (2016), era nel cortile posteriore di casa che si esaltava l’importanza di eccellere in uno sport come il baseball, e in Ma Rainey’s Black Bottom, su Netflix grazie a George C. Wolf (2020), è in uno studio di registrazione della Chicago anni Venti che si omaggia il potere identitario del blues.

Kingsley Ben-Adir. Still da “One Night in Miami” (2020). Regia: Regina King

È ovviamente Malcolm X, interpretato con un’inedita e paradossale calma da Ben-Adir (tra l’altro interprete di Barack Obama nella miniserie Showtime Sfida al Presidente – The Comey Rule di Billy Ray), il personaggio più infervorato, turbolento e paranoico (a ragione) che spezza l’apparente tranquillità di una serata di festa. Le sferzanti parole che Powers gli ha scritto sfrecciano e travolgono quelle dei suoi compagni che, di riflesso, calano sul tavolo da gioco il materiale scottante delle loro esperienze personali, in un turbinio di riflessione politica, prese di coscienza e rabbia mista a frustrazione che riassume tutto quello che è stato detto sul tema negli ultimi anni; tra questi è impossibile non citare Se la strada potesse parlare di Berry Jenkins (2018), film tratto dall’omonimo romanzo-capolavoro di James Baldwin (altra icona black) per il quale King ha vinto il suo primo Oscar da attrice non protagonista. Ma il personaggio di Ben-Adir non è monologante, anzi, la maggior parte dei suoi attacchi sono colpi di un dialogo/duello con il Sam Cooke di Odom Jr., noto interprete dell’antagonista nel rivoluzionario musical Hamilton. 

Mentre la militanza nello sport è una questione di simboli e messaggi impliciti veicolati attraverso la qualità della prestazione fisica, la lotta politica e la musica si esprimono attraverso la forza esplicita e diretta delle parole e del loro significato profondo. Per questo Malcolm X mal sopporta il modo in cui Sam Cooke ha ottenuto il successo, avendo trasformato la loro «musica di Chiesa» in una serie di sdolcinate ballad d’amore che «accontentano il pubblico bianco» (pur non facendo «abbastanza balletti come [James] Brown»). È più importante che il black power si raggiunga in fretta e col compromesso, continuando a vivere sotto l’oppressiva ombra del white privilege (con l’incasso dei diritti sulle cover eseguite dalle nuove band inglesi come i Rolling Stones), o che sia il risultato di una progressiva, faticosa e pericolosa lotta fatta alla luce del sole (magari seguendo le orme di Bob Dylan, «un bianco del Minnesota che non ha nulla da perdere»)? 

Leslie Odom Jr. Still da “One Night in Miami” (2020). Regia: Regina King

Così nella ricerca di una risposta a tale domanda Malcolm X e Sam Cooke, che poco dopo gli eventi narrati verranno entrambi assassinati, diventano inevitabilmente le due tormentate facce simili ma opposte della protesta e, insieme a Jim Brown e Muhammad Ali, delle “maschere della transizione”: maschere-simboli che sono riusciti con la forza delle proprie idee e delle proprie velleità a traghettare verso la consapevolezza un’intera generazione (e oltre, fino agli odierni moti del Black Lives Matter). Ed è nel difficile compito di mettere in scena il potere rivoluzionario e liberatorio delle loro parole che si risolve Quella notte a Miami… e l’elegante e accorta prima regia di Regina King, capace contemporaneamente di dirigere con grande maestria un cast di altissimo livello, donare una vita cinematografica al complesso testo di Kemp Powers e regalare un altro importante tassello alla lotta per i diritti civili.

It’s been too hard living / But I’m afraid to die / ‘Cause I don’t know what’s up there / Beyond the sky / It’s been a long / A long time coming / But I know a change gonna come
A Change is Gonna ComeSam Cooke (in Ain’t That Good News, 1964)

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