• Ago
    16
    2019

Album

Wichita Recordings

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«Ricordo che avete paragonato Weather Diaries a Going Blank Again […] Cosa mi dite di This Is Not a Safe Place? “Che è stato più simile a Nowhere questa volta”». Così ci ha detto Andy Bell quando lo abbiamo intervistato. Beh, mai fidarsi troppo di quello che dicono i musicisti, soprattutto quando rispondono alla domande via posta elettronica con (evidente!) ironia.

Da Nowhere, primo LP del quartetto di Oxford, ci separano trent’anni con in mezzo un silenzio più che ventennale. Impossibile non tenerne conto, e i primi a saperlo sono gli autori. È chiaro che si tratta della stessa band, che si sente a tutti gli effetti rinata. Buon per lei. Fatto il proverbiale e storico mea culpa ed emendati i difetti degli ultimi due dischi pre-split, Carnival of Light e Tarantula (uno ribattezzato a posteriori Carnival of Shite dagli stessi – in questo caso non tanto – oxfordiani, e l’altro addirittura ritirato dal mercato a una settimana dall’uscita), i Ride di nuovo, magicamente, ventenni, sempre per rifarmi all’intervista, sono determinati a evolversi e non semplicemente a fare amarcord o revival – di qualunque cosa esso sia, dello shoegaze come di se stessi in versione prima maniera.

Weather Diaries dava già garanzie da questa prospettiva – rimando al bel resoconto di Diego Ballani in sede di recensione – e This Is Not a Safe Place prosegue egregiamente il lavoro fatto con quel disco. A partire dal sound, per la cui cura Andy Bell, Mark Gardener e soci bissano la collaborazione con Erol Alkan e ritrovano sempre il fido Alan Moulder. Squadra che vince non si cambia e nemmeno il concept alla base: un lavoro che consiste nel filtrare e disperdere un po’ di quel wall of sound a base di armonie vocali & riverberi, e soprattutto textures di chitarre, dalle più spacey e aeree alle più rumorose e quasi heavy, che era stato l’anima del suono Ride, al fine di dargli nuove strutture, ora più asciutte e ora più leggere, e non meno psichedeliche.

Insomma, della parte shoegaze, del muro di suono – che c’è e non c’è – rimangono il rumore e i volumi “remixati” in chiave kraut-dance, nell’opener intitolata con l’acronimo della band (R.I.D.E.) e nell’altrettanto danzereccia Repetition, ma anche un certo corpo sostanzioso nei momenti rock, che non mancano: Kill Switch e 15 minutes, i più duri, strizzano l’occhio a Pixies e Sonic Youth. Oppure tutto diventa uno sfondo sonoro più morbido in cui immergere ballate come Eternal Recurrence, Dial Up e la lunga In This Room, il brano più ambizioso e complesso per scrittura e costruzione musicale. Una vapor trail sibilante e uno scintillio di chitarre jangly sono invece l’eco dream pop che avvolge i due pezzi più immediati: Clouds of Saint Marie e Future Love, “singolo” effervescente e delicato come una nuova Twisterella.

Smorzando un po’ i picchi e gli estremi del loro pop psichedelico, i Ride gli stanno costruendo una seconda vita (con una veste più aggiornata, anche dal punto di vista elettronico). A occhio e croce, la cosa più logica e creativa che potessero fare.

10 Agosto 2019
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