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Se pensavate che la nostalgia per le classifiche pop dei primi anni Duemila avesse raggiunto il suo culmine nel brano e video di Charli XCX 1999 (2019), non avete idea di cosa vi aspetta a un primo ascolto di SAWAYAMA, il secondo album della cantautrice originaria di Niigata, Giappone, Rina Sawayama. Vi ricordate Sophie Ellis-Bextor? E l’inaspettato crossover rock di Christina Aguilera in Fighter? Che ci fosse del genio nei primi Limp Bizkit? Nei suoi nostalgici tre quarti d’ora in bilico tra il serio e il faceto, SAWAYAMA sembra porre queste e altre domande al vostro “inner snob” di oggi come a quello di allora.

In linea con l’ethos poptimista portato in auge da Grimes e dalla stessa Charli, tra gli altri, nei primi anni Dieci, Rina si dichiara un’esperta nel «making really uncool things cool», spingendosi a riabilitare sonorità del passato tipicamente bistrattate dai cultori di un presunto “buon gusto” musicale. Nel 2020, concorderebbe lei stessa, l’impresa, più che rivoluzionaria, si configura come una sorta di “variazione su tema”, un nuovo capitolo nella saga tout va dell’indie-pop contemporaneo (Rina pubblica per Dirty Hit, etichetta tra gli altri anche di The 1975 e Wolf Alice). Complice la sua particolare prospettiva di expat in Regno Unito, SAWAYAMA riesce laddove Rina impiega pastiche e convenzioni di genere con l’irriverenza di chi ha avuto modo di riflettere sulle possibili controindicazioni di etichette e gerarchie di valore.

In STFU! Rina ricorre alla pomposa rabbia del nu metal per prendere d’attacco gli autori delle tante micro-aggressioni a sfondo razzista da lei subite negli anni (Rina ha raccontato, tra le altre cose, di essere stata chiamata da un discografico Rina “Wagamama”, nome di una catena britannica di ristoranti giapponesi). Trascinati da acuminati riff à la Korn, i drammatici, tonanti super-hook cantati da Rina («How come you don’t expect me / To get mad when I’m angry?») vengono messi in contrasto col sussurrato, sprezzante «Shut the fuck up!» del ritornello. Il risultato è un’esilarante via di mezzo tra l’incontenibile rabbia di un metallaro e l’affettazione di una distaccata pop star: nel prendersi gioco di entrambi i cliché, Rina trasmette il suo messaggio forte e chiaro.

Nella scintillante Tokyo Love Hotel, un riferimento agli hotel tipicamente affittati per poche ore da amanti in cerca di sesso occasionale, Rina prende d’attacco i flirt estemporanei con la cultura giapponese nel mondo della musica pop («Use you for one night and then away they go / All that love for you is simply just for show»). Tra scoppiettanti sintetizzatori, soffuse chitarre elettriche e strascicati cori che esasperano l’emotività del brano in corrispondenza della parola «Tokyo», il brano, per ironia della sorte (o astuta pianificazione?), ricorda non poco la Gwen Stefani di Love.Angel.Music.Baby (2004), un album pop che ai tempi faceva scuola in ambito crossover ma che, ahimè, peccava almeno in parte di un maldestro Orientalismo. La verve critica di Rina compare altrove sul disco: in XS, un divertente incontro di scattoso RNB stile J.Lo Love Don’t Cost A Thing ed esplosivi accenti metal, la troviamo alle prese con capitalismo e cambiamento climatico (un tema, quest’ultimo, rivisitato anche nella ben più fiacca Fuck This World), mentre nella leggiadra Comme Des Garçons la Nostra relativizza e ridicolizza l’idea(le) di comportarsi “da uomo”, alludendo alla fluidità di genere del mondo di ballroom e house.

Purtroppo i pastiche di Rina risultano molto meno convincenti quando al piglio sarcastico dei brani di cui sopra si sostituiscono seriose riflessioni su un trafelato passato familiare e personale. Il brano apripista Dynasty, per esempio, celebra il proprio debito con l’emo-rock degli Evanescence raggiungendo picchi di lacrimosa esasperazione; i dettagli delle proprie diatribe da adolescente con una madre iperprotettiva si perdono nell’estenuante tirata j-pop Paradisin’, mentre lo stadium rock di Who’s Gonna Save You Now?, se da una parte mette in mostra le indubbie doti canore dell’artista, dall’altra risulta talmente saturo da appiattirsi come un rumore di sottofondo. In mezzo a tutta questa voglia di eccedere ed abbagliare Rina fa qualche cenno anche ai trend del presente, oltre che a quelli del passato: Love Me 4 Me tenta, senza riuscirci, di bissare il successo del duetto in salsa new jack swing di Bruno Mars e Cardi B Finesse, mentre in Chosen Family, Rina chiede aiuto al produttore Danny L Harle di PC Music per una ballata-inno alla comunità LGBTQ che con il suo incontro di microscopiche sonorità elettroniche e chitarre si propone come il country del futuro, ma finisce invece per suonare come uno dei branacci più strappalacrime di Britney.

Manca un senso della misura, insomma, negli episodi più profondi e diaristici di questo SAWAYAMA, il che, si potrebbe argomentare, è perfettamente in linea con l’obiettivo di Rina di ricordare le incontenibili dinamiche dell’adolescenza, immortalate nell’album attraverso il recupero delle sonorità mainstream da lei assaporate nei primi Duemila. Eppure, nel brano conclusivo Snakeskin, una riflessione “meta” sulla sua decisione di raccontare il suo passato in musica, oltre a un’interpolazione della celebre fanfara post-battaglia di Final Fantasy (composta da Nobuo Uematsu), compare, negli ultimissimi secondi, una registrazione della voce della madre, accompagnata dalle note al piano della Sonata “Pathetique” op 13 di Beethoven, in sottofondo. Si tratta di una chiusura inaspettata, quaranta evocativi, spettrali secondi che a fronte di quaranta minuti di bagliori sembrano un po’ recensire il disco da sé: “less is more”.

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