• Feb
    21
    2020

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4AD

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Quando intervistai Claire Boucher (o forse dovrei chiamarla c?) in occasione dell’uscita di Art Angels (2015), ricevetti dai suoi agenti una lista di domande proibite. Tra quelle che ricordo c’erano “Sei femminista?” e “È vero che ora odi il tuo brano Oblivion”? L’intervista andò benone, ma non potei fare a meno di pensare, mentre ascoltavo le sue tortuose riflessioni sul rapporto tra indie e mainstream, che quella lista di domande taboo, in fin dei conti, fosse lì più per tenere a bada la lingua dell’artista che quella dei suoi interlocutori. Il rapporto tra Grimes e la stampa è un campo minato ormai da tempo, tanto che già cinque anni fa scrisse un brano sul tema, l’ariosa perla pop California, in cui voltava le spalle una volta per tutte a chi l’accusava di aver alleggerito i toni e il sound del fortunato Visions (2012). «The things they see in me, I cannot see myself», cantava. Il brano, e la sua visione artistica del 2015, risultavano convincenti prese di posizione: Boucher, autrice e produttrice di tutti i suoi brani, si reinventava (art)pop star eccentrica versione anni Dieci, orgogliosissima patrona di una generazione post-internet innamorata del proprio onnivorismo musicale.

Oggi invece, quando sento Boucher cantare «I’m not shy but I refuse to speak / Because I don’t trust you to understand me» in My Name Is Dark, l’ennesimo, indiretto j’accuse a giornalisti e ascoltatori troppo svelti a fraintendere le sue intenzioni, non posso che reagire con una punta di scetticismo, e francamente, con un po’ di noia. A fronte di più di un anno e mezzo di strambe dichiarazioni e problematiche provocazioni di stampo pseudo-accelerazionista (Zola Jesus è stata meno PC di me nel definirle) sul futuro dell’industria musicale, quasi sempre accompagnate dal lancio di un singolo ben confezionato, ma tendenzialmente piatto, ci si approccia a questo Miss Anthropocene con molta meno empatia verso le sue problematiche da artista “incompresa”. Ancor più sintomaticamente, ci si appresta ad ascoltare il disco con la speranza che per sound e contenuti Miss Anthropocene, opera di un’artista indubbiamente propensa a spararla grossa, sia all’altezza del suo dichiarato tema d’ispirazione, il cambiamento climatico.

Le premesse son buone. Concepire «un’antropomorfa dea del cambiamento climatico» ha molto senso per una come Grimes, grande ammiratrice della mitologia antica, losangelina eco-conscious (sì, OK, tra le altre cose compagna di Elon Musk) e ossessiva gamer abituata a immergersi in scenari cyberpunk e grafiche ultra HD. E ha ancora più senso, come ha detto lei stessa al Wall Street Journal, tentare di rendere il «cambiamento climatico divertente» per portarlo alla coscienza di chi tende a non pensarci per sfuggire al senso di colpa. Grimes ha dimostrato in passato di saper filtrare accadimenti traumatici in orecchiabili, guizzanti esperimenti pop: il brano Oblivion, la sua hit a oggi più nota, eletta da Pitchfork secondo brano più significativo degli anni Dieci, parlava di un’aggressione sessuale da lei subita, e veniva accompagnato da un’ormai iconico video in cui si aggirava, in estrema scioltezza, in spazi tipicamente improntati al mascolino. Già allora l’idea era di impiegare il synth-pop e un’interpretazione superficialmente “leggera” di temi intrinsecamente “forti”, come strumenti di sovversione.

Chi meglio di lei dunque, avrebbe potuto trasformare l’eponima Miss Anthropocene in una sorta di conturbante nemesi pop? E come non aspettarsi che all’ansia di un mancato futuro e a visioni di devastazione ambientale, ispirazioni tutto sommato moderniste à la post-punk, potesse accompagnarsi una colonna sonora che, per quanto improntata al radio-friendly, riuscisse a bypassare il già sentito e il prevedibile? Sfortunatamente, nonostante i suoi picchi espressivi, nel complesso Miss Anthropocene risulta privo di un convincente apparato critico e troppo poco avventuroso per trasformarsi nel caleidoscopico capolavoro pop in cui era legittimo sperare. Come lei stessa ha ribadito durante il lungo ciclo promozionale che ne ha preceduto l’uscita, il disco è nel complesso più “dark” e pessimista del suo californiano predecessore. Eppure di Art Angels mancano la convinzione e l’imprevedibilità.

La maggior parte di Miss Anthropocene si barcamena tra uno scoppiettante, baldanzoso synth-pop e numerosi cenni ai possibili punti di contatto tra industrial rock anni Novanta e nu metal, tutti generi di cui Grimes si è sempre dichiarata grande fan. L’impianto è intrinsecamente melodioso e come in Art Angels, non mancano hook di facile presa e le sibilline multi-tracce vocali cui Boucher ci ha abituato fin dai suoi esordi. Tutto scorre autocitazionistico ed elettronico a sufficienza da suggerire un immaginario tipicamente Grimes e prevedibilmente cyborg-futuristico: senza scossoni, novità o tentativi di reimmaginare il sound del futuro, tuttavia, manca un senso di urgenza o l’elemento cataclismatico sperato. Ogni brano si presenta a tavolino come «una diversa incarnazione dell’estinzione umana», ma suona nella maggior parte dei casi come la versione più addomesticata e retromaniaca di Grimes.

My Name Is Dark, nonostante la propensione per sbavature ed eccessi vocali, suona come una qualunque b-side dei Garbage circa 1998 e non ha molto di meglio da offrire all’ambizioso concept che il maldestro verso «Imminent annihilation is so dope». You’ll Miss Me When I’m Not Around fa cenno ai Nine Inch Nails («Hurt myself again today»), ma veicola gli espliciti riferimenti al suicidio del suo testo attraverso zuccherini saliscendi vocali e un’inalterata, ipnotica traccia ritmica, entrambi tratti distintivi anche della melensa, mellotronica IDORU, in chiusura. Il tema del suicidio compare anche in Delete Forever, scritto il giorno della scomparsa di Lil Peep e ispirato alla morte prematura di alcuni amici dell’artista. Qui Grimes, accompagnata da una chitarra acustica e (verso il finire) da un banjo, vira verso un country-folk di stampo emo («flew into the sun/fucking heroine») in cui filtra riflessioni sullo stereotipo dell’artista come anima dannata («Always down when I’m not up, guess it’s just my rotten luck/To fill my time with permanent blue»): per quanto sincero e impeccabilmente confezionato, il brano risulta piuttosto inoffensivo, complice lo stampo middle of the road FM della produzione.

Anche alcuni dei brani più risolutamente synth-danzerecci, nonostante le loro luciferine ambizioni, faticano a lasciare il segno. Violence, prodotta da i_o, pesca da una marziale, imperturbabile progressive house alla ricerca di sadomasochistiche interpretazioni del rapporto tra esseri umani e pianeta Terra. Grimes è a suo agio nel ruolo di sibilante diva house («You wanna make me bad, make me bad/and I like it like that, and I like it like that», canta a mezza bocca), ma al brano mancano il fervore e l’esplosività dei suoi inni queer del passato (dal synth-punk di Circumambient a Venus Fly, in duetto con Janelle Monáe). Delizioso l’inserimento di esagitati cori in stile Bollywood nell’altalenante 4ÆM (ispirata al film Bajirao Mastani), ma il pastiche di sonorità “tradizionali” con una traccia drum & bass al fine di suggerire uno scenario cyberpunk fatica a prendere di contropiede. E nonostante la rapper taiwanese 潘PAN (anche nota come Aristophanes) ce la metta tutta a portare scompiglio con i suoi esagitati versi, anche Darkseid (seconda collaborazione tra le due dopo SCREAM, da Art Angels) scorre fin troppo liscia, focalizzando la nostra attenzione su un viscoso rap beat originariamente pensato per Lil Uzi Vert che finisce per trascinarsi più del dovuto. «Unrest is in the soul, we don’t move our bodies anymore», si limita a mormorare Grimes per l’intera durata del brano. Ah, se solo la prima parte del verso fosse vera! Se questo è il sound di un incontro-scontro tra la dea del cambiamento climatico e un pianeta terra apatico di fronte alla sua stessa fine, non c’è davvero motivo di sperare in una vera e propria epifania di coscienza o in un vero e proprio scatto d’azione.

Peccato, perché i picchi espressivi cui prima si accennava non mancano, e quando arrivano, lasciano intravedere una direzione che avrebbe potuto rendere giustizia alle ambizioni concettuali della Nostra. Nella sci-fi ballad New Gods i lamenti di Grimes («And so I pray, but the world burns») vengono scanditi da drammatici, pesanti rintocchi di sottofondo e scintillanti note al sintetizzatore ambiguamente lasciate in sospeso. Qui, nella funerea Before The Fever e nel demiurgico ultimo minuto di So Heavy I Fell Through The Earth, in bilico tra una foschia industrial e le raggianti produzioni di William Orbit per la Madonna di Ray Of Light, Grimes indulge in opprimenti atmosfere ethereal che avranno con molta probabilità fatto la felicità dei boss di 4AD (l’uscita del disco, l’ultimo di Grimes per 4AD, è stata a lungo posticipata, a quanto pare, anche per dissapori con la storica etichetta). Se non propriamente «the sound of the end of the world», come suggerisce nel testo di Before The Fever, in questi stralci di metamorfico pop-rock, Grimes riesce a veicolare con pathos un’inscalfibile ansia di distruzione e, per quanto indifferenti di fronte alle sue preghiere, le creature divine di sua immaginazione («Hands reaching out for new gods») sembrano prendere vita.

22 Febbraio 2020
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