Recensioni

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“Siamo nel 1962 o vent’anni dopo? È una seduta di registrazione o un cocktail party?” scriveva Simon Puxley nelle note di copertina del debutto dei Roxy Music. Annus domini 1972. Di anni ne sono passati parecchi e non l’abbiamo ancora capito. Meglio: nel 2018 sappiamo che era il 1972 ma sarebbe potuto essere il ‘62, il 67’, la fine degli anni ’50 e anche il 1984. È chiaro che i Roxy avevano già captato il postmoderno prima che di postmoderno si iniziasse a parlare. Pensiamo che il luogo immaginario perfetto per ascoltare il loro esordio sarebbe stata la cameretta di Alex di Arancia Meccanica (non me ne voglia il sempre caro Ludovico Van…), perché questo disco era ed è un po’ come il décor del film di Kubrick: geniale e kitsch, rétro e avvenirista, ammiccante e sperimentale, cerebrale e pop. Anche se musicalmente può somigliare più al viaggio finale di Odissea, avanti e indietro nell’iperspazio della pop music.

Tanto altro c’è da dire sulla maturità estetica di un esordio epocale, qualunque sia l’epoca in questione. Un savoir faire musicale che ancora adesso ci inchioda. Dance per intellettuali decadenti, acid rock in abiti firmati, suite per esteti del new (old) pop ante litteram, prog rock sfibrato della sua prosopopea e dirottato verso arguzie new wave… non c’è stile o quasi che i Roxy Music non abbiano saputo captare con il loro radar e replicare bombardandolo di input spesso discordanti ma troppo giusti. In effetti e in affetti, per usare un termine davvero rétro (Seicento o giù di lì), in questa macedonia di nouvelle cuisine si trova un po’ di tutto e di più. Un altro motivo di interesse e di ammirazione insieme all’idea programmatica di fare andare a braccetto il maggior numero possibile di opposti. Qualcosa che era già scritto nella formazione, un hippie virtuoso della chitarra (Phil Manzanera), un musicista diplomato (Andy Mackay), un sedicente non-musicista che inventa suoni sul synth (Brian Eno), una sezione ritmica senza troppi svolazzi, e come leader un crooner dannunziano (Bryan Ferry, of course).

Non stupiamoci se il boogie futurista di Virginia Plain, assente della primissima versione dell’album e tra le altre cose prototipo dell’irresistibile Do the Strand (da For Your Pleasure) fa pensare alla danza moderna dei Pere Ubu quanto al glam di Marc Bolan riletto in chiave di haute couture intellettuale filokraut (quel vibrato di Bryan Ferry vale davvero un vocoder, provare per credere). O meglio stupiamoci, è questo il bello. Ferry è forse un David Thomas senza Captain Beefheart e il punk? Chi lo sa… Sentiamo bene Remake/Remodel. Gli Stooges di Funhouse con un dandy inglese al posto dell’animale da palco Iggy Pop? Tutto è possibile. Ammesso e concesso che sarà la suggestione dei sassofonisti che avevano quasi lo stesso cognome, con quel ribollire free di sax e chitarra sopra la ritmica quadrata si fanno tante fantasie… tipo che in mezzo ai Beatles, Duane Eddy e Richard Wagner, un po’ ci stiano anche i marmittoni di Detroit. E che Steve Jones dei Sex Pistols amasse alla follia i Roxy. No, questa non è una fantasia.

È una fantasia, anzi un fantasy, Ladytron, pop song mélo che lancia strizzatine d’occhio al progressive con gli svolazzi barocchi, al rock-blues con il super-solo di Manzanera, all’avanguardia con i cluster dissonanti e le pennellate di rumore astratto di Eno. Che gran ruffiana di una canzone! (E che gran canzone)! Un altro di questi pastiche che sembrano quasi parodie – siamo su un confine sottile – è If There Is Something. Sembra un country-rock suonato da inglesi azzimati che imitano americani veraci, finché non entra l’oboe e gli inglesi smettono di imitare gli americani. E sono sempre più azzimati. Di quanti brani simil-prog si può onestamente adorare l’assolo, mellifluamente jazzato? 2HB, eccone uno. Pezzi pop stravaganti prima che arrivino quelli davvero stravaganti – la suite The Bob e una ballata pianistica in surplace, Chance Meeting, squarciata da uno dei feedback più agghiaccianti a memoria d’uomo (ma siamo già al post-rock?) – e poi le balzane citazioni di twist e doo-wop di Would You Believe e Bitters End. Oddio siamo tornati indietro, in che epoca siamo, ci siamo persi di nuovo…

Si potrà preferirgli For Your Pleasure, forse il capolavoro, ma la visione dei Roxy Music è perfettamente articolata e a fuoco, già formata in questo debutto. Dopo ci sarà il colpo di mano un po’ dittatoriale di Ferry che caccia Eno, dischi su buoni livelli, cadute e pure sell-out di classe (Avalon), ma il succo del discorso c’era già tutto. Altro segno della compiutezza precoce di questo progetto estetico-musical-concettuale è l’impriting per quasi tutte le future copertine dei Roxy Music: donne da copertina nel vero senso della parola (di riviste per soli uomini…), in pose provocanti e non poco allusive, quasi sempre fidanzate del Ferry e prontamente requisitegli da Mick Jagger (Amanda Lear e Jerry Hall) o addirittura dal fratello di costui, il carneade Chris, come successo per la pin-up del debutto (!). Per questo ci vorrebbe uno studio di gossip che non abbiamo tempo né voglia di fare; per quanto ci riguarda da vicino invece, anche qui troviamo un concetto forse non nuovissimo (per non parlare della visione della donna non proprio all’avanguardia) ma esteticamente potente e infettivo. Vengono in mente le foto di vecchie star in serie sulle cover degli Smiths, e infatti Morrissey è stato grande fan dei Roxy Music prima di fare ammenda pubblica perché a Ferry piace andare a caccia – non solo di modelle, a quanto pare.

Stando sul pezzo senza divagare su mise improbabili e altre obiezioni ideologiche (ovviamente noi non spariamo agli animali e non siamo sessisti), ricordiamo con grande piacere un divertentissimo gran disco, e la nuova ristampa con demo e Peel Sessions aggiunti tira fuori persino qualcosa di interessante. Come il demo di Ladytron del 1971: due minuti e mezzo di esperimenti che preannunciano i Throbbing Gristle e il viaggetto di Eno a Berlino da David Bowie. Insomma, l’avanti e indietro nel tempo continua e non potrebbe essere altrimenti. Siamo nel 2018…

 

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