• ott
    21
    2016

Album

Ba-Da-Bing

Add to Flipboard Magazine.

Prendete l’anima di un uomo e stiracchiatela, bruciatela, infliggetele tutte le perversioni che sognavate in Chiesa durante l’omelia, cullatela nell’illusione cinematografica di un’altra vita nell’arte, e avrete più o meno i 43 minuti (circa) per disco di R M H Q: Headquarters (la precisione sulla durata dei dischi mi ricorda tanto il MMM di Lou Reed). Se pensate che queste canzoni siano bozze lasciate cadere in studio di registrazione, il capriccio di un uomo che sta cercando di raggranellare i pezzi sparsi della sua vita e venirne a capo, vi sbagliate, almeno in parte. Roy Montgomery è una di quelle creature meravigliose che, sotto l’avvilente pressione psicologica e i tiri mancini dell’esistenza, reagisce con forza uguale e contraria. Nella catarsi per mezzo dell’arte non è dissimile da un Nick Cave: snocciola litanie complesse, disegna scenari da frontiera, portando sul grande schermo della nostra immaginazione universi che nascono e muoiono continuamente. Non è un caso che in Tropic Anodyne e As the Sun Sets, che aprono e chiudono il primo disco, R, ci sia la parte più folk di Roy, un bardo contemplativo pronto a parlare di qualcosa; ed è difficile riuscire a narrare qualcosa in tempi solipsistici come questi. Eppure, in questa musica (R è l’unico disco cantato dei quattro) non c’è spazio per la claustrofobia e la depressione; Roy Montgomery libera le emozioni, non le comprime, la voce sembra provenire da un sonno profondo, oscuro e pieno di messaggi arrivati dritti dal subconscio; As the Sun Sets è la resa davanti a un sogno finito e la conseguente delusione chiamata realtà che è sempre lì, qualunque cosa tu faccia. Nei tre dischi successivi, M, H e Q, la fanno da padrone le distorsioni, le citazioni shoegaze, sonorità anni ’80 (Pipeline), la dark wave; Roy costringe le sue dita a far riemergere continenti sommersi, sound che hanno costruito, pezzo per pezzo, la sua personale Yellow Brick Road. La batteria è sempre minimale, il senso di disintegrazione e i voli psichedelici sono i comprimari del film diretto dall’artista, perché, sì, Roy è un cinefilo, e le citazioni cinematografiche (Another David Lynch Thanks No Ice e Chasing Monica Vitti) trovano la giusta collocazione nel momento in cui plasmano un sound visibile e vivibile; la sua è una metafora della visione.

C’è un’intera geografia in 30 canzoni, sono disseminate ovunque tracce di vita del musicista neozelandese, tanto che, a un certo punto, l’ascolto si snoda su più livelli narrativi, dove la chitarra è un narratore a parte che diffonde suoni eterei, disturbanti, fiabeschi e scarni (a seconda del brano). Abbiamo conosciuto l’eleganza cosmica già ai tempi degli Hash Jar Tempo, l’ambizione (ripagata) di quel capolavoro di And Now The Rain Sounds Like Life Is Falling Down Through It, senza dimenticare gli esordi à la Velvet Underground dei Dadamah (dopo i Pin Group). R M H Q: Headquarters è un disco, volendo analizzarlo come corpus unico (ma le parti che lo compongono possono vivere tranquillamente come entità separate con una loro precisa identità), etereo, la musica non diventa gelida bellezza come nei Joy Division, eppure anche qui si percepisce l’assenza di qualsiasi melodramma esistenziale, esattamente come nella band di Ian Curtis. C’è qualcosa di bello, una sensazione di miracolo che trascende le brutte esperienze affrontate da Roy Montgomery, e quel miracolo è la musica; la musica che deve ancora nascere e che, al momento, riposa nei sogni del musicista. Come affermato dallo stesso Montgomery (l’idea del disco era nata nel 2013) c’era la necessità di filtrare i ricordi attraverso la necessità di andare avanti, perché alcuni di noi non ci riescono e, anche lui, ha avuto dei problemi a riguardo; non dimentichiamoci che Headquarters ingloba un periodo delicato per l’artista, che inizia a settembre 2015 e termina a gennaio 2016. In realtà i fantasmi di Roy nascono, in parte, nel 2011, quando un terremoto (6.3 su Scala Richter) colpisce severamente la comunità del musicista, a cui quest’ultimo presta soccorsi in prima persona assistendo a scene di distruzione e morte. La dipartita del mai troppo compianto Peter Gutteridge (amico e compagno dai tempi dei Flying Nun) e problemi di salute in famiglia, hanno inevitabilmente gettato un’ombra sul disco.

Potrebbe essere superficiale e sbrigativo accantonare tutta l’operazione Headquarters come tipica di un musicista posseduto dai fantasmi del passato, perché ereditiamo così tanto dolore fin dal giorno della nostra nascita che, lasciarsi annientare da quella lunga cerimonia di addii che è la vita, potrebbe portarci a un livello di apatia tale da dover rivalutare positivamente i suicidi di massa, o ascoltare Dominique (The Singing Nun) in versione MIDI finché  morte non ci colga. Roy ci ricorda che abbiamo un’anima e non dobbiamo perderla: R M H Q: Headquarters (l’ultimo album risale al 2012, Music From The Film: Hey Badfinger) è una pagina bianca, un film in cui ognuno interpreta a modo suo il finale; l’ultimo pezzo di Q, Weathering Mortality, dura 20 minuti, ed è un rock ad ampio respiro, una lettera in cui mittente e destinatario si confondono e, con loro, un’intera umanità in ascolto: Dear Future Loser.

5 dicembre 2016
Leggi tutto
Precedente
Wora WoraWashington – Mirror Wora WoraWashington – Mirror
Successivo
Balue – Wavy Daze Balue – Wavy Daze

album

artista

Altre notizie suggerite