Recensioni

In questa contemporaneità caotica, fatta di ritorni nostalgici, di velleitarie sperimentazioni o nella maggior parte dei casi di fasi di transizione (forse verso una nuova forma di intrattenimento centralizzato come la fruizione totale in streaming a cui ci stiamo inesorabilmente avvicinando), è dannatamente difficile concepire un prodotto che abbia lo scopo e la speranza di elevarsi a metro generazionale. Non siamo più nell’epoca in cui i nostri genitori guardavano Happy Days nel salotto di casa con i loro genitori al fianco, né siamo quegli adolescenti degli anni Ottanta che ammiravano commossi le peripezie di questo o quel personaggio nelle commedie agrodolci e americanissime di John Hughes; è finita pure l’epoca dei telefilm – come si chiamavano una volta – che si imposero a più di una generazione alla volta, è il caso di Beverly Hills 90210, Dawson’s Creek e di The O.C., conclusasi – se vogliamo tracciare una linea di demarcazione ideale – con la fine di Gossip Girl (datata 2012, l’anno successivo sarebbe arrivata Netflix in Italia). Ovviamente il teen-drama da pomeriggio di Italia 1 (o MTV) avrebbe continuato a offrire le sue alternative (impossibile non citare Awkward o La vita segreta di una teenager americana), ma ormai i tempi erano decisamente maturati e il pubblico, anche il meno malizioso, stava cominciando a richiedere una complessità maggiore.

Alla luce di questa latente domanda, sono arrivati prodotti come Atypical, 13 Reasons Why, si è offerto un ulteriore sguardo al mondo pre-adolescenziale (Stranger Things), si è puntato – giustamente – sulle possibilità offerte dall’animazione (BoJack Horseman in primis, ma anche F Is For Family e Big Mouth); in Europa sono arrivate – con risultati opinabili – Elite e Baby, mentre dal Regno Unito è stata The End of the F***ing World a fornire un’alternativa accattivante al disagio generazionale che si sta abbattendo sui membri dell’Europa unita (grazie ancora una volta alla lungimiranza di Channel 4), insieme a Fleabag (BBC Three) a costituire una copertura più ampia possibile, che va dai 17 anni ai 35.

Alla luce di tutto ciò – ovvero dell’ampliamento esagerato dell’offerta proposta dai vari servizi di intrattenimento – è chiaro che il concetto di prodotto generazionale non ha più i connotati che aveva, diciamo, fino all’inizio di questi anni Dieci. È sempre meno frequente che un prodotto solo coinvogli l’attenzione di un’intera generazione su di sé, anzi; ogni generazione – oggi come non mai – è sempre più cosciente di tutto ciò che gravita attorno al mondo virtuale, e con la possibilità di opzionare una serie quando e come si vuole si perde in parte anche quell’attesa spasmodica per la puntata, quella di cui si parlerà il giorno successivo tra i banchi di scuola o tra i colleghi in ufficio (in molti casi questa dinamica esiste ancora, vedi Game of Thrones o la terza stagione di Twin Peaks, ma già adesso ci riferiamo ad esse come a serie evento, mentre un tempo sarebbero state la norma).

Da queste premesse, quindi, arriva Sex Education, serie televisiva britannica creata da Laurie Nunn direttamente per Netflix e diretta da Kate Herron e Ben Taylor. Le premesse sono quelle di esplorare il mondo della sessualità a tutto tondo, avendo come protagonisti chi quello stesso mondo lo sta scoprendo in prima battuta: gli adolescenti. Otis, il protagonista, è un sedicenne represso a causa di un trauma infantile (e l’avere per madre un’esperta sessuologa di certo non ha aiutato). Da qui il paradosso su cui si fonda tutto lo scheletro della narrazione: l’idea di far tenere a un individuo inesperto dal punta di vista pratico delle “sedute” di psicanalisi sessuale, con l’aiuto della dark lady di turno, Maeve, e dell’amico di sempre, Eric. Partendo proprio dalle sedute, la Nunn e il team di sceneggiatori possono così tessere le fila di un discorso molto più ampio che abbraccia non solo le classiche insicurezze del periodo più turbolento della nostra vita, ma anche tutte le tematiche – risapute e abusate – che coinvolgono direttamente i giovani, stavolta però adottando il metro di un’insolita e sorprendente leggerezza, anche per gli argomenti più “seriosi” (vedi le varie declinazioni di bullismo e cyber-bullismo, i problemi famigliari, l’omosessualità, repressa ed esibita, la mercificazione stessa del sesso), a cui contribuisce anche un orecchio niente male nella scelta della soundtrack (con brani di Ezra Furman, Ultravox, A Certain Ratio e Delta 5, tra gli altri).

A colpire, infine, è la scrittura riservata a ciascun personaggio, con un occhio di riguardo per quelli secondari, i quali, presentati da subito come meri stereotipi, man mano che gli episodi scorrono (otto, da circa un’ora) acquistano una profondità strabiliante: dal migliore amico gay che ottiene finalmente il sostegno paterno, da chi è pervaso dall’ansia di dover perdere la verginità prima della fine del liceo (un liceo che assomiglia un po’ troppo pericolosamente a quello americano), da chi è dilaniato da un sistema d’educazione rigido e impersonale. Ognuno ha il suo arco narrativo e a ognuno è dedicato il giusto spazio proprio per restituire allo spettatore un quadro sì riconoscibile, ma soprattutto credibile. Nonostante ogni questione sia trattata con leggerezza (da non confondere con la superficialità), in essa ci sono i segni di un lavoro certosino sull’inquadrare una generazione, quella degli adolescenti degli anni Dieci, abituati all’integrazione, alle differenze di classe sociale, al cyber-bullismo, all’omosessualità (anche se quest’ultima rimane ancora un taboo almeno all’interno delle mura materne), afflitta dagli stessi problemi di sempre legati all’insicurezza, a cui ne va aggiunta un’altra che da sola è emblematica della contemporaneità: quella per il futuro incerto. È una fortuna, allora, che Sex Education conservi almeno un po’ di speranza per il suo pubblico di riferimento.

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