Recensioni

Avevamo lasciato i Samaris alle prese con un album d’esordio – Silkidrangar – che ruotava attorno ad un gioco freddo-caldo tra stilemi evocanti i gelidi avamposti nordici e il tepore spesso associato a certe sonorità chillout. Da un lato un modo di cantare (quello di Jófríður Ákadóttir) e dei testi fortemente legati alla tradizione islandese, dall’altro soluzioni strumentali (il beat-making di Þórður ‘Doddi’ Steinþórsson e il clarinetto di Áslaug Magnúsdóttir) che andavano a creare situazioni meno algide e più distese. Due anni più tardi li ritroviamo con un nuovo album, Black Lights, che presenta una grande novità e due tratti evolutivi minori: in primo luogo il trio di Reykjavík ha (definitivamente?) abbandonato la lingua islandese abbracciando l’universalità dell’inglese, in secondo luogo sembra emergere una maggiore apertura verso ritmi ipoteticamente club-friendly e un utilizzo meno intensivo del clarinetto, elemento cardine della formula dei Samaris. Il brano simbolo – nonché singolo di lancio – di questa ripartenza è senza dubbio Wanted 2 Say, sorretto da un beat notturno tra drum & bass e breakbeat sopra al quale si elevano voce e striduli tocchi di synth.
La gestazione di Black Lights è stata piuttosto frammentata non solo per questioni geografiche – è avvenuta tra Germania , Islanda e Irlanda – ma anche per la modalità legata alla composizione, realizzata a distanza via computer tra i tre attori in gioco. Un modo di scrivere e produrre ormai diffuso ma che in questa occasione aumenta ulteriormente la sensazione di trovarsi di fronte ad un prodotto decisamente svincolato dai legami con l’Islanda. Un art pop globale che non ha confini di genere (talvolta si presentano influenze dub/reggae riconducibili alla tradizione jamaicana) che idealmente suona più vicino alle ultime uscite targate Braids, piuttosto che a quelle targate Björk. Tolte queste mutazioni, l’abito è a grandi linee lo stesso che apprezziamo fin dagli esordi: un abito che ripesca alcune idee vecchie di vent’anni (il Bristol-sound tagliato dub di I Will ad esempio) aggiornandole con tratti distintivi che non sono né revivalistici né alla ricerca di situazioni hype/hip. Per certi versi, questo Black Lights suona più come un disco necessario che come un disco spinto da una ispirazione compositiva debordante, un disco con l’obiettivo principale di traghettare un microcosmo sonoro piuttosto circoscritto fuori dal fascino esotico che in passato ha garantito visibilità e che ha incuriosito una buona parte degli addetti ai lavori.
Una scommessa riuscita a metà che ancora una volta mette in evidenza lo stile vagamente Buddah Bar (vedi le considerazioni sul live al Green Man Festival 2014) delle basi di Steinþórsson e la capacità di creare un continuum rilassante e discretamente evocativo lungo una tracklist in cui la voce di Jófríður talvolta si defila dal ruolo di protagonista, divenendo un semplice strumento aggiunto, utilizzato più come elemento atmosferico che come elemento melodico (esemplare 3y3 in questo senso). Anche nei brani strutturalmente più ambiziosi (Black Lights, con le sue diverse ritmiche e lo sfondo spezzettato di R4vin) la linfa che pulsa è quella densa e vibrante di un progetto organico che sta raggiungendo la maturità a grandi falcate.
Il trademark sound è già inebriante, ma la realizzazione di un grande album non sembra ancora alla portata dei Samaris. Per il momento ci si può accontentare di un lavoro (Black Lights) tutt’altro che eccellente, ma che apre le porte a parecchi spiragli e ad un futuro per certi versi imprevedibile (e quindi meritevole di attenzioni).
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