Recensioni

Da oltre dieci anni in Galles si svolge il Green Man, il festival che più di tutti unisce musica, attività campestri e rispetto per l’ambiente. Da un po’ di tempo a fare da cornice all’evento estivo è il verdissimo e incontaminato parco nazionale di Brecon Beacons, area idilliaca che si sposa perfettamente con l’etica green del festival ideato e messo in piedi da Fiona Stewart.

Un sold-out raggiunto e annunciato a ridosso della data zero che si traduce in circa 15.000 presenze (buona parte tenda-munita) di ogni tipo di estrazione: dagli ex-hippy ai neo-hippy, da improbabili wannabe texani a inglesotti in giacca e cravatta, dai ragazzini pronti a fare baldoria ai music-nerd, ma soprattutto tantissime famiglie e altrettanti bambini felicissimi di vivere quattro giornate all’interno di questo grande parco di divertimenti fulcro anche di attività extra-musicali (un tendone-cinema con in programma classici e ultime novità-culto, un’area dedicata alla scienza, baby polli da accarezzare, attività circensi, installazioni artistiche, area SPA e altro ancora). Una situazione che incentiva il vero relax (in molti si godevano i concerti su seggioline da campeggio in tranquillità): dimenticatevi le folle oceaniche di altri festival, i concerti visti da distanze improbabili, la sporcizia figlia della maleducazione e lo stress di una schedule proibitiva, al Green Man è tutto a misura d’uomo (a parte qualche fila di troppo per l’area cibo). Se poi, come quest’anno, il meteo concede giornate di bel tempo, è facile avvicinarsi al concetto di perfezione.

Musicalmente, i poli di attrazione erano tre: il palco principale, chiamato Mountain Stage per il grande e verde background collinare naturale, il colorato tendone Far Out, il Walled Garden Stage, co-curato dalla Moshi Moshi e dedicato principalmente alle next big things e il Green Man Rising, dedicato agli artisti veramente emergenti/locali.

Nella serata d’apertura, complice una lunga colonna pre-parcheggio, riusciamo a dirigersi solamente al Far Out per i Waterboys, i quali ripercorrono con mestiere ed esperienza i classici del repertorio (The Whole of the Moon, Fisherman’s Blues, A Girl Called Johnny, Glastonbury Song…) portando sul palco quella grande e vincente intesa tra Mike Scott e Steve Wickham (violino). Prima di tornare alla base – Hay-on-Way, grazioso paesino a mezz’ora di macchina famoso per il festival della letteratura e per le sue innumerevoli librerie indipendenti – ci concediamo la visione del film Frank, in un certo senso a tema con lo spirito bizzarro del festival.

Il primo vero giorno di festival (mediamente l’orario dei concerti va dalle 11 di mattina fino alle 2 di notte) inizia con il sole allo zenit durante il live degli Highasakite i quali, guidati dalla interessante voce di Ingrid Helene Håvik, hanno confermato il potenziale pop già apprezzato questa primavera a Londra e nei due dischi pubblicati: All That Floats Will Rain e Silent Treatment. Se i Tunng si presentano sul palco in formato fin troppo stadium-oriented lontano da quella folktronica che li lanciò una decina di anni fa, ci pensa Alice Boman sul palco del Walled Garden a riportare tutto su una dimensione più minimale: voce d’altri tempi, età indefinibile e approccio folk modellato sul synth a sostenere fragili melodie. Tutt’altro mondo quello di Jonathan Wilson che davanti alla platea del Mountain Stage sembra voler ricreare le atmosfere di Woodstock: assoli, psichedelia dosata, good-vibes e ottime melodie. Dopo Wilson è il turno  di Mark Kozelek in formato Sun Kil Moon con tanto di support band (contrariamente al tour in solitaria che ha toccato anche l’Italia ad Aprile). L’ex Red House Painters sembrava più in buona del solito – e non solo per l’assenza del solito “no alle foto” -, probabilmente sollevato dalla cancellazione del Jabberwocky festival al quale avrebbe dovuto partecipare: “siccome hanno cancellato il festival penso che mi rilasserò qui anche domani, ci vediamo in giro”. Qualcuno l’ha poi visto? Noi no.

Il tempo di goderci qualche traccia dei Toy al Far Out (ormai quasi prevedibili), prima di posizionarsi tra le prime file del Walled Garden per gli Adult Jazz, uno dei nomi più attesi da chi scrive. I quattro inglesi guidati da Harry Burgess (amante della montagna, ha passato tutti i giorni successivi a girare per il festival con un ruspante bastone da trekking) hanno l’aria dei bravi ragazzi perfettini a cui non manca nulla. Non sicuramente gli strumenti (e la capacità di suonarli), dato che tra doppio microfono, pedaliere infinite, fiati, synth e pads il loro palco era stracolmo di materiale che i quattro si scambiavano con sbalorditiva naturalezza. Giovani ma già abilissimi, Burgess e compagni sono riusciti a portare sul palco quel vortice poliritmico che è il loro ottimo album d’esordio Gist Is.

Saltiamo i Daughter già visti un paio di volte nell’ultimo anno per godere un po’ dell’imprevedibilità del grande intrattenitore Mac DeMarco in mezzo a tantissimi ragazzini (azzardiamo un diciotto anni di media). Nonostante un nuovo chitarrista – manco a dirlo anche lui personaggione in linea con gli altri, a livello di look e attitude – Mac regala il consueto concentrato di cazzonaggine/stupidità e genialità. Dopo tanta energia e voglia di non prendersi troppo sul serio, la performance dei Beirut ci conferma l’impressione – negativa – di qualche anno fa al Primavera: i pezzi ormai piccoli classici, Zach Condon e compagni li hanno tutti, ma su formato live annoiano, affogati in un mare di pomposità e compostezza. A chiuedere in bellezza pensano i Teleman: preferiti a Caribou che suonava in contemporanea al Far Out, gli inglesi nati dalle ceneri dei Pete and the Pirates hanno allietato i presenti con le perfect pop songs che compongono il loro piacevolissimo debutto Breakfast, incorniciate da un impatto audio-visivo che ha il sapore di un incrocio tra Devo, Buggles e Beatles.

Sabato è stato probabilmente il giorno clou dell’intero festival. Perdiamo Zachary Cale e We Are Catchers per colpa del sonno arretrato, di conseguenza iniziamo il tour de force con i Mutual Benefit. Grandi outsider folk – con i San Fermin – della scorsa stagione discografica, Jordan Lee e soci modellano dolci melodie che trasudano grande onestà. Incantano, ma probabilmente un palco delle dimensioni del Mountain Stage non rende loro completamente giustizia. Dopo i Mutual Benefit sullo stesso palco è il momento di Angel Olsen, la quale alterna le atmosfere più notturne e riflessive del bellissimo esordio Half Way Home con quelle più aspre del recente ed acclamato Burn Your Fire for No Witness. Grande scrittura la sua, anche se alcuni atteggiamenti altezzosi poteva evitarli (“Hey voi, avete mai suonato ad un festival? No? Noi sì” e altre uscite di questo tipo). Più modesti, in tutti i sensi, i Woman’s Hour. In zona hype prima della pubblicazione dell’album Conversations, la band guidata da Fiona Jane Burgess ha regalato tre quarti d’ora di indie pop che gioca con il minimalismo post-xx e con alcune sfumature figlie del trip-hop anni Novanta.

Discreti ma nulla più. Poco dopo, sempre al Far Out gli – attesissimi – Ought, confermano invece quanto di buono abbiamo ascoltato nell’album d’esordio More Than Any Other Day, con un art rock tagliente giostrato dal leader Tim Beeler (i paragoni con i Television vengono consolidati dallo stesso collo da cigno di Tom Verlaine). Sicuramente da rivedere nelle date autunnali in italia. In pochi – difficile capire il motivo, dato che in contemporanea non suonava nessuno – attendono l’ex Walkmen, Hamilton Leithauser, ai piedi del Mountain Stage. Hamilton si danna come sempre con le vene del collo perennemente sull’orlo dell’esplosione e regala anche alcuni momenti di grande empatia (durante Alexandra) con un pubblico che però viene presto attratto maggiormente dalle mille bolle di sapone fatte fluttuare in aria in un angolo del prato. Ci spostiamo al Walled Garden per Farao, norvegese attualmente stanziata a Londra, autrice di un cantautorato dai riferimenti moderni. Interessante ma ancora in deficit di tratti distintivi.

Chi ha già dimostrato di poter entrare tra i grandi è invece sicuramente Sharon Van Etten, poco dopo al Mountain Stage. Sharon concede ampi spazi all’ultimo intenso album Are We There con qualche incursione nei vecchi dischi (Serpents continua a spiccare) e un duetto finale con mister Leithauser nell’instant classic Every Time The Sun Comes Up. Alle 21:30 è il momento dei War On Drugs: anticipati dal solito lungo soundcheck (non quanto quello del Primavera), la band guidata da un Adam Granduciel piuttosto disteso e felice porta sul palco tutti gli elementi che rendono l’ultimo lavoro Lost in The Dream un capolavoro probabilmente destinato alla Storia. Il suono è pulito, l’alchimia ottima e i pezzi, beh, non ne parliamo. Il cantato di Adam non è lineare, non sempre segue necessariamente le melodie del disco e questo aspetto rende ancora più palpabile una resa live ipoteticamente pronta per i grandi stadi. Nessun rimpianto per non aver rivisto Panda Bear (recentemente ad Un Altro Festival con un set allucinato) o per aver snobbato i Mercury Rev alle prese con lo storico Deserter’s Songs e gli Slint – ok, può sembrare blasfemo – per il set di East India Youth, autore di uno degli esordi dell’anno (Total Strife Forever). William Doyle e il suo look british-posh sprigionano contrasti sonici, dall’ambient neo-classico ai passaggi electro-berlinesi fino ai brani prettamente pop. Doyle si alterna (a volte anche in contemporanea) tra synth e basso sublimando più volte in una catarsi emotiva quasi isterica in cui il Nostro sembra perdere il controllo del proprio corpo.

Domenica facciamo – letteralmente – le corse per riuscire ad arrivare in tempo per Vancouver Sleep Clinic, giovanissimo australiano figlio di un certo modo boniveriano e commovente di intendere il cantautorato folk. Immediatamente dopo preferiamo gli Other Lives alle comunque interessanti Hockeysmith, in quanto più consoni ad una situazione bucolica come quella del Green Man (ma probabilmente sempre meno rispetto all’amata tettoia dell’Hana-Bi). Alle 14:30 gli islandesi Samaris si presentano sul palco del Far Out con gli abiti eccentrici e glitterati di Jófríður Ákadóttir e Áslaug Rún Magnúsdóttir. Jófríður ritaglia vocalizzi Bjorkiani su antichi racconti della tradizione islandese, Áslaug impreziosisce con il clarinetto, ma è il lavoro elettronico di Þórður Kári Steinþórsson che dona al progetto quel particolare mix freddo-caldo tra beat nordici e atmosfere chill da Buddah Bar.

Boy & Bear piacevoli e ottima occasione di relax al sole davanti al Mountain stage con in background musica senza troppe pretese, prima di passare al Walled Garden per assistere ai minuti finali della performance di Laura Groves e al live di RY X (al Far Out dovevano esserci i Joanna  Gruesome ma hanno dato forfait last minute). L’autore di Berlin EP e voce nel progetto The Acid – freschi della pubblicazione di Liminal – torna alle radici meno elettroniche armato di chitarra e supportato dal suo fido compare al synth e alla batteria elettronica. Surfista e amante del sole – si è meravigliato infatti di quanto ce ne fosse in Galles – Ry propone il suo cantautorato minimale e malinconico, forse un po’ piatto sulla lunga durata live. Gli Speedy Ortiz confermano la loro fama anni Novanta tra indie pavementiano, schitarrate alternative e sguaiatezza vocale vicina al grunge. Niente male (come non lo furono al Primavera), ma forse certo clamore oltreoceano è esagerato.

Il tempo di assapporare l’ultima parte dello show di Bill Callahan – un signore, sempre carismatico come pochi – prima di rimanere in zona per il live delle First Aid Kit. Sfondo e outfit dorato-glitterato a tema con l’ultimo album Stay Gold, per le due sorelle svedesi, accompagnate da due musicisti alla batteria e alla steel guitar. Come su Stay Gold in versione meno folk e più country USA-oriented, Klara e Johanna tolgono ogni dubbio sulla loro concretezza suonando e cantando in modo ineccepibile (la voce di Klara regala sempre qualche emozione in più), concedendosi due azzeccate – e riuscite – cover, America di Simon & Garfunkel e Love Interruption di Jack White. Per la parte conclusiva della serata non facciamo in tempo a vedere la fine del set dei Real Estate (scoraggiati anche dall’esibizione un po’ spenta del Primavera) ed evitiamo i Neutral Milk Hotel anche per mantenere vivo il bellissimo ricordo del recente concerto all’HanaBi. Il nostro nome conclusivo è quindi quello di Kurt Vile, che ricambia con un concerto strano: svogliato e probabilmente un po’ alticcio, macina riff con precisione inferiore rispetto ad altre occasioni, preferendo i passaggi – più distorti e acuti – prettamente rock (la band probabilmente non era al completo ed il basso era poco presente) ai fraseggi acustici in fingerpicking. Il coinvolgimento emotivo non è comunque mancato grazie alla conclusiva “Peeping Tomboy“, in una struggente versione acoustic-solo.

Dopo Kurt Vile (per noi) e Neutral Milk Hotel (per molti altri) tutti – o quasi – gli oltre diecimila presenti si radunano attorno al grande Green Man in fiamme (una sorta di Burning Man versione “green”) e, allontanandoci dal festival, ad aumentare l’effetto-magone e ad illuminarci la via del ritorno pensano sfavillanti fuochi d’artificio. Per chi vi scrive, in quanto a lineup, scaletta, atmosfera e altri fattori – non ultimo quello metereologico – il Green Man Festival 2014 è stato il #bestfestivalever, anche più di quello originariamente così etichettato.

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