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Ascesa e crollo di un impero. Quello di Vincenzo Muccioli e della sua creatura, la comunità terapeutica per tossicodipendenti di San Patrignano, a Coriano, in provincia di Rimini. La comunità è ancora lì, in funzione; Muccioli invece è morto ventisei anni fa, e oggi Netflix ce ne racconta la parabola con la docu-serie in cinque puntate – intitolate rispettivamente Nascita, Crescita, Fama, Declino e Caduta – prodotta da Gianluca Neri, scritta da Carlo Gabardini, diretta da Cosima Spender e intitolata SanPa: luci e tenebre di San Patrignano.

Più tenebre che luci, a dire il vero. Non per fare nostre le parole del giornalista e presentatore Red Ronnie, uno dei protagonisti del racconto con numerosi contributi, presenti e d’archivio, ma che a mezzo social ha preso duramente le distanze dall’inchiesta (oltre a essere stato protagonista di qualche polemica a margine), così come ha fatto la medesima comunità per il tramite di un comunicato ufficiale, ma è chiara l’immagine che esce dalla stessa opera sia di Muccioli che della sua associazione. Grazie all’eccellente e curatissimo report disponibile sulla piattaforma streaming dallo scorso 30 dicembre e che, probabilmente, rappresenta il vero punto di svolta nel modo di raccontare il nostro passato recente come finora la docu-serie nostrana non ha saputo fare, è tornata d’attualità la vicenda legata al fondatore dell’organizzazione e si è tornati a parlare del suo approccio che fece discutere già all’epoca e costò allo stesso imprenditore due processi giudiziari: il primo per sequestro di persona e maltrattamenti ai danni di alcuni giovani della comunità (procedimento ribattezzato mediaticamente come il Processo delle catene) e da cui fu assolto in Cassazione; il secondo che gli fruttò la condanna a otto mesi per favoreggiamento e all’assoluzione dall’accusa di omicidio colposo in merito all’omicidio di Roberto Maranzano, un altro ospite della comunità.

SanPa si avvale delle testimonianze di svariati ex ospiti di San Patrignano che a Muccioli furono vicini, dall’allora autista e braccio destro del deus ex machina, Walter Delogu, a Fabio Cantelli, ex responsabile della comunicazione, ad Antonio Boschini, ex medico dell’organizzazione. Non solo. Oltre ad altri ospiti della struttura come Fabio Mini e Antonella De Stefani, vengono intervistati anche Andrea Muccioli, il figlio di Vincenzo, che guidò la comunità dalla morte del padre fino al 2011, il succitato Red Ronnie, che si votò anima e corpo al progetto fin dal primo momento che lo conobbe, il giudice Vincenzo Andreucci, l’ex sindaco comunista di Coriano Sergio Pierini e l’ex responsabile del Sert di Rimini Leonardo Montecchi.

Su tutte, svetta la figura del summenzionato Cantelli, che per certi è versi il cardine della narrazione, il profilo probabilmente di maggior spessore dell’intero impianto, magnetico, profondo, illuminante con le sue riflessioni filosofiche ma, va detto, anche disarmante per onestà intellettuale. In particolare, sono emblematiche, profonde e toccanti le sue parole a conclusione dell’ultima puntata che restano lì ad aleggiare nell’aria e a racchiudere tutto il senso dell’affaire San Patrignano: «SanPa è entrato in crisi nel momento in cui ha pensato che la sua immagine pubblica fosse più importante della sua verità interiore ma se tu chiudi la porta a quella verità chiudi la porta alla vita, cioè smetti di evolverti. Quello che io sono, lo sono anche grazie a Vincenzo e anche grazie a San Patrignano… anche se, mi tocca riconoscere, nonostante Vincenzo e nonostante San Patrignano».

Ora, sebbene più punti di vista abbiano trovato spazio nelle cinque ore scarse di servizio, sembra abbastanza chiaro da quali premesse l’indagine si sia mossa e a quali conclusioni sia giunta. A fine visione non si può certo dire di avere un bel quadro di quanto avvenuto nel complesso romagnolo tra il 1978 e il 1995. Il summenzionato metodo – come sinistramente vi si faceva riferimento – tale non era, non vi era cioè un protocollo, un regolamento interno specifico in tal senso. Così come dalle testimonianze, corroborate anche dai procedimenti giudiziari a carico di Muccioli e di altri ospiti del complesso, emergono maltrattamenti, incatenamenti e segregazioni dei soggetti più “difficili” che lasciano pochi margini al dubbio.

Pertanto, e al netto dell’opinione che ognuno può essersi fatto, il dibattito non poteva non polarizzarsi intorno a una figura, a una modalità di gestione di un apparato complesso e cresciuto negli anni al punto da sfuggire di mano a colui che lo aveva ideato, colui il quale, diventato nel frattempo un personaggio di spicco a livello nazionale, a un certo punto si trovò costretto a delegare mansioni, e annesse porzioni di potere, a persone a lui vicine e da egli stesso selezionate, persone che si riveleranno cruciali nel triste epilogo della vicenda.

Gli autori hanno fatto centro nel riaccendere un faro su un caso le cui implicazioni politiche e sociali rimangono a tutt’oggi nervi scoperti. Allora come nel contesto odierno, Muccioli divide l’opinione pubblica e questo, inevitabilmente, perché prima ancor del “metodo” si staglia forte e chiara la persona, un capo carismatico weberiano. All’epoca il fondatore di SanPa diventò l’eroe delle mamme, un idolo popolare, con la sua comunità a farsi brand nazionale. Il prodromo della sua “discesa in campo” – e usiamo la terminologia non a caso visto che Muccioli è paradigmaticamente il prima di Berlusconi – è una guerra silenziosa che si combatteva nelle periferie delle città italiane. Nella docu-serie questo viene raccontato e fatto vedere chiaramente all’inizio. I caduti non erano morti ma moribondi, schiere di zombie che caracollavano per le strade, biascicavano le parole e indugiavano con sguardo catatonico negli angoli bui dei parchi cittadini, negli androni dei casamenti, nei sottoscala, sui muretti, nei retrocortili all’ombra dei palazzoni dei sobborghi, a Roma come a Milano, Firenze o Bologna, ma anche come ad Amburgo, Amsterdam, Berlino o Dublino.

Nei primissimi ’90, negli anni del riflusso nell’antipolitica, di Tangentopoli, l’eroina era ancora un’emergenza sociale e Muccioli una star televisiva che sfruttava i politici per farsi approvare leggi parecchio discusse come la Iervolino-Vassalli (il provvedimento approvato in parlamento nel 1990 che equiparava droghe leggere e pesanti e dava la scelta ai drogati finiti in carcere se rimanerci o scegliere una comunità di recupero per scontare la pena). Il suo apice storico-narrativo corrisponde ad un rapido declino e questo all’interno di un quadro di rifiuto da parte dell’opinione pubblica di qualsiasi cosa che alla politica aveva gravitato attorno negli anni immediatamente precedenti. Parallelamente, i nodi della sua vicenda e del suo protratto metodo basato sulla coercizione e la violenza (ora per interposte persone) venivano al pettine.

Così 26 anni dopo – a docu-serie conclusa – il dibattito è quello di allora, c’è la destra italiana su posizioni identiche (“per Muccioli i drogati erano come figli, tutto in nome del loro bene”) e c’è una sinistra molto meno chiassosa e unita sulla marcatura da dare ad una diversa modalità terapeutica che comunque si trova d’accordo nel condannare le modalità da lager e il mantra di una comunità fatta di autoproduzione e cooperativismo che metteva al centro il concetto di “lavoro come nobilitazione  dell’uomo” (!).

Sullo sfondo tante discussioni a proposito dell’uomo forte con amicizie influenti e appoggiato da potentati economici (principali finanziatori della comunità di San Patrignano erano i coniugi Moratti, Gian Marco e Letizia. A proposito: la ex sindaca di Milano, ex ministra ed ex presidente RAI, è appena tornata nell’agone politico con la duplice carica di assessora alla Sanità e vicepresidente della Regione Lombardia. Qualcuno – scherzando – ha detto che si è trattato della prima nomina politica fatta da Netflix), attori reazionari e giornalisti compiacenti (ce n’erano anche di inizialmente scettici ma che finirono per farsi convincere da Muccioli, salvo poi di nuovo ricredersi, come ammesso in questi giorni con ammirabile sincerità da Pino Corrias sulle colonne del Fatto), nonché ennesima incarnazione dell’ideale patriarcale dal sapore fascista, misogino (agghiacciante il passaggio della dimostrazione alla giornalista con l’anello e la penna a dare a intendere che uno stupro sia impossibile se la vittima si dimena), ancorché guarescano; si è parlato in pillole dell’Italia violenta di fine anni ’70, del contesto che fece da sfondo alla nascita di San Patrignano, della disoccupazione, e non è mancato neppure il punto di vista antiproibizionista. Una cosa però è mancata, almeno in parte. Si è parlato meno di quanto sarebbe stato giusto della tossicodipendenza e dei modi di trattarla. Ed è mancato un interessante quadro d’insieme sulla dipendenza che potesse fare da ponte tra quella di allora e le più subdole di oggi.

L’obiettivo della docu-serie è diverso da quello del documentario. E questa è una distinzione che è bene tenere a mente per evitare di chiedere a un format di essere altro da sé. Ciononostante è indubbio che, senza una esaustiva contestualizzazione storica e senza calare SanPa in un più ampio contesto di strutture per il recupero della tossicodipendenza e relativo approccio metodologico, molto se non tutto si riduca alla rise and fall dello stesso Muccioli e della sua comunità a sua immagine e somiglianza, con, sullo sfondo, l’intreccio e l’evoluzione, coi suoi calibrati tempi drammatici, dei suoi collaboratori/co-protagonisti e, non ultima, la figura di Red Ronnie – fan e follower ante litteram dello stesso fondatore – un Lester Bangs proto-fascista, alter ego (di facciata e abiti) rock dello stesso Muccioli/villain.

Non vogliamo banalizzare lo straordinario lavoro svolto dai creatori di SanPa, il racconto corale è ricco di molteplici spunti e riflessioni anche filosofiche e merita un giudizio totalmente positivo, piuttosto sentiamo il bisogno di togliere alla docu-serie una forza che non ha per limite suo: quella di raccontare la Storia senza il crescendo obbligato delle costellazioni psicologico-sociali.

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