Recensioni

7.3

La rivoluzione è arrivata, e si chiama SAULT. Per la prima volta in assoluto, forse, non c’è bisogno di spiegare alcun contesto socio-politico, nessun background culturale determinato, nessun sottotesto mediatico, perché la narrazione che UNTITLED (Black Is) cavalca con orgoglio e determinazione è sotto gli occhi di tutti: schizza fuori da qualsiasi stazione radio, viene raccontata dai telegiornali di tutto il mondo, dalle denunce arrivate come uno tsunami a inondare il mondo dei social media. Basterebbe un video a caso nel mucchio dei tanti che con decisione hanno costretto il mondo intero ad aprire gli occhi, lo scenario è sempre il medesimo: tre o quattro poliziotti che bloccano, strattonano, imprimono la loro forza basata esclusivamente sulla moltitudine a personaggi indifesi, spesso incolpevoli, qualche volta persino minorenni. Il peso di secoli di indignazione e ingiustizia, adesso impressi digitalmente su quegli schermi, il più delle volte verticali, la potenza dirompente di uno smartphone. Il collettivo londinese, dopo i due ottimi antipasti 7 e 5, presenta la sua portata principale con una potenza tale da spazzar via tutto il resto, ogni discorso già studiato, ogni sproloquio anti-razziale mai concepito, ogni moto di ribellione attentamente architettato. Vi riesce affondando pienamente le mani in una blackness che non ha alcun bisogno di essere tradotta né interpretata, è ciò che è, punto e basta.

Lo si capisce fin da quel verso iniziale, sulla rivoluzione che arriva e sul bisogno di mettere a tacere ogni bugia che sia stata enunciata con tanta leggerezza fino ad oggi. Prima di tutto al collettivo non corrispondono dei nomi (gli unici accreditati sono la cantante Laurette Josiah, il produttore Inflo e il contributo di Michael Kiwanuka), quasi a voler suggerire il sorgere dalla terra di un moto rivoluzionario che non ha bisogno di essere riconosciuto per essere capito. «We all know black is beautiful / You know, well now you do», uno spoken word che ha il sapore della rivalsa ma che invero appare spogliato da qualsiasi connotazione negativa o maligna. In queste semplici parole, in realtà solo il preludio all’elogio di una condizione, c’è la speranza in una realtà aperta, dove le differenze culturali arricchiscono e uniscono anziché dividere, in un percorso naturale in cui la musica è un importantissimo vettore e denominatore comune. Tuttavia, senza giustizia non c’è pace possibile e il punto d’arrivo è proprio una giustizia sociale ancora lontana all’orizzonte, ma sicuramente possibile. Questo grazie alla generazione attuale, il cui esempio – al di là degli estremismi – è lampante nella protesta: uniti, indivisibili, fermi, in grado di parlare e ascoltare a un tempo («We have walked the walk many years… we have expressed our voices. People have died… Nobody listened, nobody cared… This generation cares»).

UNTITLED (Black Is) è sicuramente un buonissimo lavoro, radicato nel momento senza essere costruito a tavolino, eterogeneo nei brani ma con un’anima riconoscibile e definita. Ciascuna traccia in scaletta potrebbe essere tranquillamente innalzata a inno del movimento Black Lives Matter, e non per questo esaurire qui la sua funzione. Titoli come Hard Life, Why We Cry Why We Die, Black, US sono potenti come manifesti politici espliciti («Remember Rwanda», canta Kiwanuka in Bow) e al contempo la musica che li pervade tende a costruire un ponte tra passato e presente, con la speranza che il futuro sia costituito da un orizzonte più roseo («I don’t believe in the myth of the angry black woman / I believe in the magic of blackness / See, we are the builders / We are the bridges», si ascolta sopra un tappeto elettronico che non sfigurerebbe in un film dei fratelli Safdie).

Dub, gospel, reggae, afrobeat, funk, soul celebrati in 20 tracce dall’invidiabile equilibrio con la propria natura, consapevoli di rivolgersi a quella generazione cui oggi è affidato il compito di svolgere l’ultima delle rivoluzioni, quella risolutiva, che porti alla pace per tutti con mezzi nuovi, ma anche alla consapevolezza del dolore affrontato dalle innumerevoli generazioni precedenti. Capire il dolore per affrontare il presente e lottare per il futuro. Un futuro migliore.

Certo, non tutto è dosato alla perfezione. Non ci troviamo di fronte al What’s Going On del 2020, quella dei SAULT è una missione più trincerata, arroccata all’interno di un forte dal quale emerge (pre)potente anche una certa arroganza; una lotta da condurre innalzando lo stendardo di un didascalismo che già nella sua seconda parte risulta evidente ed è la causa principale del suo mancato slancio finale (quello poetico). Così come a mancare è quel senso di struttura invisibile costruita traccia dopo traccia senza preoccuparsi del cosa si sta dicendo, ma solo del come, finendo per sacrificare un po’ di ispirazione a favore della lezione. Un paletto rigido che impedisce al misterioso collettivo di arrivare ad esempio ai risultati di un D’Angelo (Black Messiah) o dell’ultimo splendido Thundercat (Drunk, It Is What It Is). Il cosa, tuttavia, nell’universo di UNTITLED (Black Is) assume un’importanza dichiaratamente primaria, in grado di prevalicare tutto il resto. Si fa beffe degli sperimentalismi, dello sguardo avanguardista. E di questo ci dispiace un po’.

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