Recensioni
Sd Laika
Visionist
That's Harakiri
I'm Fine
-
Edoardo Bridda
- 20 Maggio 2014


Ricollegandoci al nostro speciale Back to Eskimo Jungle, avevamo lasciato Peter Runge e Louis Carnell, ovvero l’americano Sd Laika e il londinese Visionist, alle prese con due approcci piuttosto distinti nella reinvenzione dei suoni grime strumentali. Il primo, sull’etichetta del secondo, Lost Codes, aveva lasciato aperto (nel 2012 con Unknown Vectors) un discorso riduzionista e frammentario, come se qualcuno si stesse divertendo a contrappuntare di bassi spugnosi alcuni lost file di Wiley da un hard disk gettato in una discarica; il secondo, sull’etichetta di J Cush Lit City Trax, preferiva un raffinato gioco di sintesi tra ghiacci londinesi, ritmi ghettotech e siderali synth newyorchesi, come dire, l’incontro tra il citato godfather of grime, il giro di James Ferraro e di Traxman.
Li ritroviamo alle prese con due fasi di carriera altrettanto particolari e differenti. Sd Laika riemerge dopo due anni di assenza con un album d’esordio sulla prestigiosa Tri Angle, label che non gli ha impedito di riprendere le fila di un discorso senza compromessi e rimettere mano a tracce di un periodo turbolento della sua vita risalente a due anni prima; Visionist che, invece, porta a termine un percorso sul dolore ed espiazione iniziato nell’EP precedente asciugando ancor più le trame e concentrandosi sull’espressione.
That’s Harakiri, esordio del producer americano, è un oscuro e malato oggetto del desiderio, l’eski beat dell’esordio che si è spaccato sul pavimento, con i frammenti ad acquistare traiettorie imprevedibili. I’m Fine II, invece, è Visionist che si chiude in sé stesso ed osserva in solitudine le sue statue di ghiaccio, questa volta da solo, senza la collaborazione con quella Fatima Al Qadiri che nella prima parte – The Call – aveva lasciato aperte per lui alcune evoluzioni à la Asiatisch (il fortunato esordio di lei).
E così, se Carnell pare un po’ incartato – unico momento degno di nota First Love – con un finale di scaletta (Something Old, Something New) che tra passato e futuro lascia intravedere una non inedita declinazione r’n’b e pop (voto: 6), il “taglio del ventre” di Peter Runge si risolve in uno di quegli enigmatici lavori che dicono poco sul suo autore, e ancor meno sul futuro che lo attende, ma lasciano addosso una morbosa voglia di scostare le tende dalla finestra, alzare la coperta del letto e scoprire cosa si nasconde dietro a questo angoscioso angolo del nulla americano.
Tracce come Great God Pan configurano Sd Laika come una sorta di anti-Fatima Al Qadiri, o meglio, è come se sui plastici affreschi digitali di Asiatish fosse cascata una bomba H. Altrove, il ragazzo di Milwaukee mostra un sorriso feroce e ci ricorda Aphex Twin, ed è qui che i paragoni si fanno interessanti: in comune tra loro, la riduzione brutalista tra smalti pop e tagli sul ritmo, come anche uno sguardo feroce sull’utopia techno. Sempre a proposito di sgretolare il suono detroitiano, troviamo tracce degratate e puzzolenti come Meshes o episodi tribali da assenza di Dio come Remote Heaven o It’s Ritual, entrambe facce di nessuna medaglia perché, differentemente da James, Runge preferisce andar di sublimi dissimulazioni anche solo per regalarci diamanti grezzi come una You Were Wrong tra illibertiane pianole 90s, bassi post-rave e garrule visioni Zomby. Uno dei lavori più affascianti dell’anno (voto 7.4).
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