Recensioni

7.5

Prova di carattere per il duo di incappucciati producer svedesi, coppia di difensori-torre della Avian, solida squadra techno-dark diretta da Guy “Shifted” Brewer. Via le facce, via le bio (vivono a Norrköping, e questo è quanto), via il nome (rumore bianco. Come dicono loro nelle rare interviste – vedi RA e Dazed – «le h sono mute. A parte ciò, si pronuncia come è scritto, con le x catalane»), via tutte le vocali (finora con l’unica, importante eccezione rappresentata dal rivelatore secondo album, Linear S Decoded, vero spartiacque nella loro ancora scarna discografia), anzi ora via tutti i titoli, trasformati in puro segno grafico (cover bellissima, by the way): il progetto Shxcxchcxsh parla solo attraverso il suono. E per questo terzo album viene praticamente tolta anche la rete protettiva della cassa in quattro: l’ordito techno delle quindici Ssongs del disco non è intessuto per il dancefloor, ma al massimo per il lento head banging autistico-tribale del ritrovo post-gothic.

Messa quindi da parte la techno più metronomica e metallica degli esordi (ma si veda/si ascolti anche la recente MRD, il loro contributo a Herdesmat, la compilation pubblicata nel dicembre 2015 dall’oscura Mord, in un ottimo e abbondante box di sette-vinili-sette), in Ss(x15)… viene portato a compimento il lavoro di commistione tra linee melodiche e istanze rumoristiche già delineato nell’album precedente, per un risultato ancora più maturo, convincente e di grande personalità, pur mai slegato dalla storia. Il principale mondo di riferimento è quello dei meandri più ibridati tra quelli che hanno costituito il reticolato del sottobosco industrial degli anni Ottanta (le risonanze sono tante, ma due piste emergono su tutte: gli esperimenti elettroacustici dei Cranioclast, altro misterioso duo industrial nascosto dietro infiniti anagrammi, e i bizantinismi degli SPK di Graeme Revell), il tutto passato nel colino dei campionatori dell’IDM Nineties, rievocato attraverso le lenti contemporanee di label come Blackest Ever Black o la Hospital di Dominick Fernow (ma senza necessariamente sposarne né gli estremi bruitistici né, quanto meno in questo caso, i coté più club oriented) e riproposto con un credibile e non forzato atteggiamento sincretistico.

Si parte da lontano, con una sorta di falsa calma piatta in zona Popol Vuh, ma già dopo due minuti e mezzo la seconda traccia riformula la tensione, mantenendo fissa la tonalità e aggiungendo percussioni, sibili e crepitii. Da Ss3 in poi sonar sub-bassi da trip-hop interruptus danno ulteriore pepe alle costruzioni multivello di mattoncini-loop, in un gioco di rimpiattino tra melodie, graffi e sbuffi che regge per tutto l’album lungo l’asse AT, tra vaghi ricordi di selezionati lavori ambient di Aphex Twin e la ricerca di assoluto di Asmus Tietchens. Esemplari l’arpeggiatore kosmische in Ss6, la progressione armonica à la Plaid di Ss9, il passaggio dalle onde di rumore di Ss11 alle sirene gothic di Ss12. La quindicesima Ss… chiude maestosamente/maelströmamente un viaggio tra esoterismo oltremondano e concreta immanenza da riascoltare spesso e volentieri.

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