Recensioni

6.1

In principio erano i Fontaines DC. Anzi, a dirla tutta in principio erano i Girl Band e il loro seminale esordio del 2015 (Holding Hands With Jamie). Passatemi il “seminale”, visto che a dispetto di un’accoglienza non certo calorosa (e non avrebbe potuto essere altrimenti vista la delicatezza siderurgica di quelle tracce) l’album creò un certo scompiglio nel vuoto pneumatico della scena rock irlandese. Intendiamoci, tutto era già al proprio posto, a partire dalla ricettività delle nuove ed eccitanti formazioni, fino alle condizioni culturali, politiche e sociali. Mancava ancora una scintilla, che innescasse la smania artistica e conflittuale di giovani band come Fontaines DC e Murder Capital.

Se l’esordio di questi due gruppi ha incarnato l’avanguardia della nuova onda di Dublino, i Silverbacks sono andati direttamente alla fonte di quel noise rock squadrato e concettuale. A partire dai primi singoli hanno iniziato a collaborare con Daniel Fox, bassista dei Girl Band, per un risultato che si è manifestato sotto forma di un noise rock squadrato, frutto di uno scontro fra la slackness dei Pavement, le meccaniche dei Neu! e l’interplay chitarristico dei Television.

Oggi si presentano con un album si propone di incarnare l’avamposto più concettuale del nuovo rock di Dublino e che finisce per mettere in risalto luci ed ombre del loro post punk intellettuale. Il lavoro infatti si guarda bene dal colpire frontalmente l’ascoltatore. La loro è piuttosto quel genere di musica che si insinua sottopelle, che si appropria con personalità dei trucchi perfezionati dall’art rock dei 70s (i ritmi motorik dello sperimentalismo tedesco, i groove spiritati della new wave newyorkese), si arrovella in un deboscio pavementiano (con tutto il suo corredo di morbide dissonanze) e ci imbastisce un sound contorto e affascinante. Talvolta un po’ troppo cervellotico. A fare da collante c’è un’attitudine stralunata e un songwriting stridulo, che si coagula in chorus improbabili ma eccitanti come quelli di Pink Tide e Last Orders e che finisce per avere la meglio anche quando le dinamiche appaiono sfilacciate e il sound eccessivamente freddo.

L’idea è che Fad, più che come opera compiuta, funzioni da lussuoso biglietto da visita per una band che deve ancora esprimere il proprio pontenziale e che riuscirà a farlo appena riuscirà ad instillare un po’ di istinto nelle sue algide geometrie.

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