Recensioni

Se, nel mondo e con segnali preoccupanti, sta ritornando fin troppo comune e condiviso un pensiero xenofobo, razzista e di chiusura nei confronti del diverso, bisogna ammettere che l’arte e, nello specifico, la musica, stanno mostrando, dall’elettronica al pop, dal rock al soul, un’attenzione particolare alle influenze extra-occidentali: dall’electro-cumbia che unisce Italia, Colombia, Perù e Spagna al blues desertico dei vari Tinariwen, Bombino e Tamikrest, le musiche etniche ci raccontano (e ci preparano a) una società in evoluzione, fluida e aperta all’incontro e allo scambio. È una scelta anche politica (oltre ché necessaria) dunque, quella di non ridurre l’obiettivo del proprio guardare e ricercare, anche ai confini del mondo, agli artisti e ai generi, agli album meritevoli e agli stili interessanti: esattamente l’attitudine che guida, da quasi una decennio, un’etichetta che è oramai una certezza in ambito world, la slovena Glitterbeat (a cui dobbiamo, tra gli altri, i già citati Tamikrest, lo storico producer barbadiano Denis Bovell, il maestro dall’ambient Laraaji e persino gli italiani Sacri Cuori). È tramite una piccola succursale proprio della Glitterbeat, la neonata Tak:til, che arriva nei nostri lettori il secondo disco dei tre Širom: la band, dopo essersi fatta notare con l’esordio dello scorso anno, approda meritatamente su un palcoscenico più ampio, ma non si lascia attrarre da facilonerie che non le appartengono.
I Can Be a Clay Snapper s’inserisce così nella scia psichedelica, sperimentale e terzomondista di molte uscite di questo 2017: se il classico ambient giapponese Through the Looking Glass può essere considerato un nobile antecedente, non a caso ristampato proprio durante l’anno, nei mesi passati sono uscite una serie di riflessioni in musica (dalla chiusura della Trilogia del Pacifico di Mike Cooper con l’ultimo capitolo Raft, al debutto del super-gruppo jazz MIR 8, dalle percussioni tenebrose e arabe del turco Cevdet Erek al toccante ricordo del bombardamento di Guernica sviluppato dal basco Aitor Extebarria, passando per il meraviglioso omaggio al gamelan indonesiano dello studioso Daniel Schmidt) da cui il sophomore-album dei Širom raccoglie più che degnamente il testimone. Nelle cinque tracce (quattro lunghe suite, oltre i dieci minuti, e un brevissimo intermezzo in chiusura) dell’opera, il trio sloveno (che utilizza strumenti tradizionali, riciclati e auto-costruiti, oltre a quelli più convenzionali come banjo e violino) accumula influenze (dalla musica modale al folk balcanico, dal krautrock all’ambient, dalla psichedelia al post-rock) con grande naturalezza e le rielabora in un mix unico e ricco di sensibilità, capace di rendere le meraviglie naturali dei luoghi dove l’album è stato realizzato e di stimolare nell’ascoltatore un’enorme curiosità.
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