• Mag
    31
    2019

Album

Boy Better Know

Add to Flipboard Magazine.

Non era facile. Ignorance Is Bliss è per Skepta anzitutto il disco che segue Konnichiwa, un album capace di ergersi a manifesto della seconda ondata grime, di portare il fenomeno oltre i suoi confini natii, e di rivitalizzare una carriera che, va detto, non era rosa e fiori. Sono arrivate le sponsorizzazioni, i bagni di folla al Primavera, gli endorsement dagli USA – Drake su tutti – e i feat. prezzemolini di grosso calibro sia dentro che fuori casa (Praise The Lord con A$AP Rocky a stagliarsi). Skepta è diventato brand, e quel disco del 2016 lo ha issato di peso nel gotha del grime accanto a Wiley e Dizzee, ma con un peso relativo nel settore export decisamente maggiore di quello di entrambi i padrini del trend. 

A tre anni di distanza, dare un seguito compiuto a tutto questo era un’impresa insidiosa; e infatti il buon Adenuga nel frattempo ha scelto saggiamente di temporeggiare, stemperando l’attesa tra EP e, appunto, collaborazioni sparse. Ora, con Ignorance Is Bliss in cuffia, è evidente che la carta giocata è completamente diversa rispetto a quella di Konnichiwa, e non sarebbe potuto essere altrimenti. Il predecessore era un disco in cui potevi pescare ad occhi chiusi in scaletta e trovarti tra le mani un singolo capace di far impallidire qualsiasi altro pezzo grime coevo. La tracklist era semplicemente uno schiacciasassi continuo di banger formidabili. Qui invece non ce n’è: nessuna hit, nessun pugno in faccia, nessun ritornello neanche lontanamente incisivo come nell’episodio precedente. E non è un male, anzi.

Skepta riabbassa la testa, e prosegue a spingere per la sua strada. Sfoggia una scrittura più matura, infilandosi in temi più complessi come la gestione della paternità, e lo fa rifiutando consapevolmente le sirene americane. Si (ri)torna a guardare (quasi) unicamente al cortile di casa, con feat. totalmente inglesi e pochissime concessioni alle mode d’oltreoceano; a differenza di un Aj Tracey mancano anche episodi che strizzino l’occhio alla trap e alle playlist di Spotify (uniche eccezioni il ritornello un filo autotunato di Greaze Mode e la scialba Animal Instinct). Insomma, Skepta torna a fare il suo e a farlo con la sua solita prospettiva da be humble, senza montarsi la testa e lanciando ai suoi un messaggio bello chiaro: pensavate che Drake con il tatoo BBK fosse l’inizio della colonizzazione del grime nel mondo? Amici, this is not gonna happen. Il grime dall’altra parte non sfonderà mai, resta una cosa da brits per i brits, e un feat. ogni tanto per alzare il cachet non cambia le cose. Ecco allora che arriva l’accoglienza tiepidina di Pitchfork, e non c’è assolutamente di che stupirsi, che gli rimprovera anzitutto di non aver sfruttato la sua visibilità per fare il disco impegnato. Una roba alla Nothing Great About Britain per intenderci, e se è chiaro che oggi Slowthai suoni più fresco, è anche evidente che non potrà mai essere quella la strada per Skepta (e infatti Inglorious, la traccia in tandem tra i due, altro non è che una stilosa sbrodolata bragga). 

Questo è per lui il disco della coerenza e dello sfrondamento dei fronzoli: dai rimasugli di Detroit techno nella melodia portante di Bullet Froma Gun al missile a base di flautini peruviani Same Old Story, passando per tutto un recupero di istanze 00’s; vedi Love Me Not, che recupera il classicone di Sophie Ellis-Bextor Murder on the Dancefloor spalmandolo in un tuffo passatista di UK garage primissima maniera, tra archi sintetici e vocine liofilizzate. Oppure le scorie di sinogrime a base di chincaglierie orientaleggianti (Redrum, la coda di Animal Instinct, ecc.). Menzione d’onore anche per la drittissima posse track targata Boy Better Know Gangsta (a proposito di archi e compagnia), con le luci del palcoscenico rubate dal solito, ottimo brother Jme. Sarà un disco all’altezza di Konnichiwa per quanto riguarda impatto e risonanza? Neanche lontanamente, ma questa era probabilmente l’unica strada percorribile in alternativa al disco-playlist filo-USA. Meno male.

4 Giugno 2019
Leggi tutto
Precedente
Daryl Sanders – Un sottile, selvaggio suono mercuriale
Successivo
Lee “Scratch” Perry – Rainford

album

recensione

recensione

recensione

recensione

recensione

artista

Altre notizie suggerite