• feb
    09
    2018

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City Slang

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A metà di All Directions, il brano più rappresentativo di questa raccolta, Ryan Lott si domanda «non eravamo belli una volta?», che suona come una dolorosa ammissione di caduta dopo un momento positivo. D’altronde si era cominciato dichiarando che il cuore era «da demolizione», sebbene l’io narrante sembri avere la forza di caricarselo sulle spalle («leave it up to me»). Non è certo un album allegro, quello che il trio di base newyorkese (oramai questa è la formazione stabile della band, dopo un lungo periodo da one-man band) pubblica in questo inizio di 2018, incentrato com’è sulla «violenza dell’amore, la bellezza del sacrificio e lo spettro dell’impermanenza», come dichiarano gli stessi musicisti. I brani sono stati scritti sul finire del 2016, quando Ryan Lott è stato protagonista indiretto di due eventi che lo hanno segnato a livello personale: la nascita di un figlio e la scomparsa di un caro amico, reclamato dal cancro. Sullo sfondo, una delle campagne elettorali, quella di Trump contro Clinton, che si imponeva come una nube scura. Toni pesanti, forse come mai nel passato dei Son Lux, ma squarciati da improvvisi lampi luminosi, che però possono facilmente trasformarsi in un nuovo dolore, di natura diversa, forse meno negativo, ma non per questo meno intenso (le “ferite più luminose” del titolo?).

La politica e la società sono però indicati indirettamente, perché quello che interessava a Lott era il contrasto tra luce e ombra, tra spensieratezza fugacissima e nere dita che si insinuano nell’animo. Quando il discorso viene declinato sull’adolescenziale, emerge una melanconia burrascosa che fa pensare quasi immediatamente agli Arcade Fire del primo disco (Dream State). Altrove si sbriciola in un soul arty e barocco (Slowly) ad alta intensità emotiva o in un misterioso futuro tra ambient e ballad (Aquatic). Ma forse più forte che mai si sente nell’ordito la formazione classica di Lott e il suo imprinting da sound designer, con l’attenzione per suoni e rumori (apparentemente) trovati, integrati negli arrangiamenti, come anche archi e fiati che odorano delle macerie di fine Novecento. Un’impresa in cui Lott, oltre ai fidati compagni di avventura Rafiq BhatiaIan Chang (fa un’ottima impressione la costruzione, da parte di quest’ultimo, delle poliritmie che punteggiano l’album), ci sono anche DM Stith (già collaboratore di Sufjan Stevens), Rob Moose (con The National e Bon Iver) e Arrington de Dionyso, che allargano ancora la tavolozza di sfumature e accenti a cui attingere.

Un disco riuscito, che mostra una maturità piena, come songwriter e come arrangiatore, di una delle voci autoriali più interessanti di questo inizio secolo. Un post-pop barocco, arty e stratificato (come si diceva già del precedente Bones) che però non deve far pensare a un disco pesante. Lott ha una particolare attenzione per gli equilibri (ascoltate il crescendo di All Directions) e una capacità non comune di trattare il silenzio come un elemento espressivo delle sue composizioni (per esempio la pausa scenica di Dream State). Questa attenzione gli permette di accentuare i colori delle singole parti dei brani che, se è vero che virano decisamente verso il livido, non sembrano mai finali. Disperati, forse, adultamente e lucidamente tali, ma lasciano spazio alla luce della speranza. Seppure in modo doloroso.

9 Febbraio 2018
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