Recensioni

7

In quella sorta di limbo fortunato che è il pop mutante o post-pop dagli anni Zero in avanti, Son Lux – ovvero Ryan Lott da Denver ma adottato ormai dalla Big Apple – è uno che si sta ritagliando uno spazio sempre più importante e ramificato. A parte questo Bones che segna l’album numero quattro, due anni dopo il piuttosto apprezzato Lanterns, c’è da registrare il curioso e curiosamente riuscito sodalizio Sisyphus assieme a Sufjan Stevens e Seregeti, nonché l’orbita stretta attorno all’intellighenzia sonica rappresentata da nomi quali Laurie Anderson e Philip Glass.

Tanto basta per stringere le coordinate attorno a questo disco, un album che, una volta consolidata la band come trio (assieme al chitarrista Rafiq Bhatia e al batterista Ian Chang), ripropone la formula kitsch e teatrale, intrigante e formale dei lavori precedenti: pop che s’inzacchera di visioni barocche, che però attraverso la rappresentazione sanno “precipitare” in un dramma sentito, profondo, genuino. Giusto tirare in ballo gli Sparks, così come la salsamenteria soul dei Tv On The Radio o la rielaborazione etno di un Peter Gabriel, mentre la vena melò arty alla Xiu Xiu si stempera graziaddio nel languore accomodante di certi Eurythmics.

Se può sembrarvi troppo o troppo poco probabile, date un ascolto alla marcia soul intorpidita di You Don’t Know Me, al crescendo tribale circospetto di I Am The Others o alla rarefazione sfrangiata di Change Is Everything. Per poi proseguire e complicare il quadro col drone gospel di Your Day Will Come (tra Brian Eno e Patrick Wolf), con la nevrosi wave jazzata di Undone (particelle Radiohead e The Books), la giocoleria etno-funky di This Time (come potrebbero dei Tom Tom Club corrucciati Björk) e con la crepuscolare Breathe Out (un Moroder sottoposto ad astrazioni eniane).

Suona tutto molto costruito, al punto da sembrare fastidioso, ma è proprio in questa ostensione dell’artificioso che l’estetica si fa poetica. Quel che ne esce è tutto sommato un bell’ascoltare.

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