Recensioni

6.8

Stephen Malkmus ci ha preso gusto e continua con un’operazione back to basics simile a quella che aveva ispirato il precedente Groove Denied. Questa volta, però, di segno opposto. Dove là c’era la voglia di far coincidere elucubrazioni personali con la passione per le tecnologie analogiche, Traditional Tecniques ha un cuore folk e lo stesso sapore intimo, a dispetto di un sound tutt’altro che minimale e degli amici che vi fanno capolino.

In fondo è da quando le traiettorie dei Pavement hanno iniziato a diventare più lineari (diciamo da Crooked Rain, Crooked Rain?) che quelle di Malkmus sembrano folk song accidentate, con melodie ben piantate nella tradizione ma imbrattate di sporcizia noise e impastate di deboscio. La cosa curiosa semmai è quanto la sua idea di folk sia radicata nei meandri della tradizione psichedelica dei 70s. Giusto qualche giorno fa, in una lunga intervista per Brooklyn Vegan, il frontman rendeva omaggio agli album che lo hanno ispirato, srotolando una serie di titoli pescati dal più oscuro acid folk di entrambe le sponde dell’oceano. Tutti questi input li affronta con la consapevolezza dell’alternative rocker di mezza età, portando in dote fragili melodie per diluirle in un deliquio pastorale di arpeggi e delicatezze che finisce per abbracciare strumenti e sonorità della tradizione orientale.

ACC Kirtan, ad esempio, mette in campo un dispiegamento di sitar e tablas che porta la sua pensierosa cantilena in territori harrisoniani. Si tratta di una grande opener con cui, fra trasfigurate voci femminili e lontani echi di slide, l’album si manifesta in tutta la sua natura testuale. E qui sta l’altra novità del disco. Grazie all’intervento del chitarrista dei Decemberists, Chris Funk (con cui l’album è stato co-registrato) e ai contributi di Matt Sweeney (dei Chavez) e del musicista afgano Qais Essar, brani come Cash Up e The Greatest Own In Legal History stendono pigramente strati su strati di chitarre acustiche, assecondando il tono umbratile e malinconico di Malkmus.

Quello che manca semmai è la leggerezza dei tempi migliori. La maggior parte dei pezzi imbastiscono riflessioni sulla spiritualità con la consueta abilità del Nostro a costruire ampie e argute circonlocuzioni, ma con un tono più maturo e riflessivo. Per il resto quelle di What Kind Of Person e Flowin’ Robes sono versioni unplugged dell’arte pavementiana di complicare le cose. Magari sabotando una cosa semplice come una folk song con gli strumenti messi a punto in anni di slacker rock.

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