Recensioni

7.2

Rielaborando alcune discussioni social sull’argomento Mark Kozelek e mettendo in ordine la sua lunga biografia, ci è venuto da pensare che il cantautore originario dell’Ohio abbia subìto uno strano fenomeno d’”esplosione”, che a fatica trova una spiegazione razionale. Non si tratta di una band che sforna il secondo o il terzo album migliore del primo e nemmeno di un trio in stile Future Islands che, malgrado i primi due dischi superiori rispetto all’ultimo, potremmo aspettarci di vedere incensati grazie a uno stile più commestibile ritrovato proprio nell’ultimo lavoro. Kozelek, fondamentalmente, è rimasto sempre lo stesso. Un burbero, scontroso cantautore visionario che ha elaborato quella che altrove (e rubando una definizione del grande e compianto Edoardo Sanguineti) abbiamo più volte definito la poetica del “piccolo fatto vero, fresco di giornata” e che ne ha fatto una caratteristica fondante; lo stesso cantautore che, dai Red House Painters in poi, ha deciso di collezionare pagine su pagine con i suoi accadimenti quotidiani, per farne un diario di riflessioni universali. Un po’ come dovrebbe essere l’arte dal Novecento in poi. Diciamolo subito, non vale la pena dare voti ai dischi di Mark Kozelek, bisognerebbe dare un voto direttamente alla sua bio/discografia.

Ad ogni modo, parlavamo di “esplosione”. Già perché, malgrado i live (molti dal 2014 a oggi) abbiano sancito (e noi, da parte nostra, quotiamo) Among The Leaves come disco migliore o quanto meno più amato dall’artista, il pubblico (ma soprattutto la critica da cui quest’ultimo è spesso veicolato) ha quasi “deciso” che da Benji (2014) in poi i Sun Kil Moon sarebbero diventati una band da idolatrare, con tutti i gossip del caso (vedere alla voce War On Drugs e Run The Jewels), gli scherzi, le polemiche, le attenzioni dei registi più o meno lungimiranti. Non ce ne vogliate, hipster barbuti, se dunque pensiamo che, nel giro di uno o due dischi, Kozelek tornerà nel dimenticatoio, per via di un effimero e superficiale “non è più quello di Benji…”. L’ascoltatore di musica attento si accorgerà che Kozelek è sempre stato uguale a se stesso (e l’adottare i moniker di Red House Painters, Desertshore e via dicendo non ha fatto altro che creare una simpatica contraddizione in termini) e, come tale, sempre diverso, capace di coltivare un fitto bosco di richiami lirici e musicali, capace di effettuare la metamorfosi definitiva della melodia (cioè la non – melodia), capace di sublimare lo stream of consciousness allo status di rap cantautorale.

È di questa pasta che è fatto anche Universal Themes, settimo (se abbiamo fatto bene i conti) album a nome Sun Kil Moon. Una pasta che, come recita il titolo, è consapevole della portata universale dei temi trattati dai brani, ma non rinuncia a cesellare piccole storie del vissuto quotidiano, umile, quasi come nulla fosse cambiato rispetto a Benji, anzi, in un ideale continuum cronologico e tematico. Kozelek è sempre lì: come la migliore poesia (iper)realista crea momenti di riflessione sulla morte di un Opossum (The Possum) – descritta all’inizio e alla fine del brano, il cui cuore è il report di un concerto dei Godflesh – o su quella di Robin Williams (Little Rascal), salvo poi associarla con quella di una sua ex; con lo stesso procedimento, le coordinate dei giorni e delle location delle riprese di Youth di Sorrentino (in cui Kozelek è presente con alcuni brani e con un cammeo) vengono cantate in Birds Of Films, nella quale compare anche la fantomatica Veronica, donna conosciuta a Milano il giorno del suo compleanno e con la quale il Nostro pare abbia intessuto una non meglio specificata relazione. Con il suo proverbiale sarcasmo, Kozelek punzecchia l’aumentato numero di pubblico indie nel blues/soul di Cry Me A River Williamsburg Sleeve Tattoo Blues; ci intenerisce e fa sbellicare con il racconto di un bacio rubato a Rachel degli Slowdive e dei Mojave 3 durante un concerto della band a Londra a metà anni Novanta in Ali/Spinks 2 (curiosità, Rachel, a suo tempo intervistata da SA, sembra non smentire sul suo profilo privato di Facebook); sintetizza la sostanza stessa di “essere Mark Kozelek” in This Is My First Day And I’m an Indian And I Work At A Gas Station: “some people love what I do, and some get fuckin’ pissy, but I don’t give a fuck, one day they’re all gonna miss me”.

Registrate insieme a Steve Shelley (Sonic Youth) e supportate live da Neil Halstead (Slowdive), musicalmente le otto tracce si presentano con un minutaggio decisamente elevato e con alcune significative innovazioni rispetto al disco precedente. Innanzitutto la struttura dei brani è realmente schizofrenica: con un disco concepito forse come collage, non può che fare un certo effetto assistere al saliscendi di melodie e armonie nei brani, guidate, come sempre, dalle corde di nylon della classica di Kozelek. Secondariamente, ci sono alcuni brani (With A Sort Of Grace I Walked Into Bathroom City, Ali/Spinks 2) in cui il gioco – confessione del cantato – si fa quasi rap-garage, con tanto di chitarre elettriche e batterie; c’è chi potrebbe avere da ridire su una qualità delle registrazioni non ottimale (come se la voce fosse distante dal resto dell’arrangimento), ma abbiamo ragione di credere che si tratti di un effetto voluto di finezza DIY. Infine, c’è il dialogo continuo fra brani in cui la melodia del cantato muore definitivamente (The Possum, With A Sort Of Grace…, Ali/Spinks 2), lasciando spazio a un rauco monocorde vomito di sillabe, parole e frasi che rischiano di essere definiti dolci, delicate (Birds of Film, Cry Me A River…, This Is My Firts Day…), dallo spiccato senso armonico, quasi lineari.

Presumibilmente l’impatto live premierà il primo gruppo di brani citati, eppure è dal secondo gruppo che può partire il giudizio rotondo sul disco, perché sono queste le tracce che confermano un Kozelek ancora padrone dei suoi mezzi; malgrado la voglia (dichiarata, peraltro) di non interessarsi più alla musica, ai fan, alle canzoni, e quindi ai conseguenti brani fuori controllo, la voce dissociata di Kozelek e le cronache del capitano Sun Kil Moon riescono ancora a emozionare chi ha voglia di scoprirle.

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