Punti di (ri)partenza. Intervista a Rachel Goswell degli Slowdive

Forse non era una sex symbol, ma quando la guardavo, sbiadita in quelle foto in bianco e nero, mi rendeva euforico. Sembrava voler celare l’animo contrastato dietro una maschera di ghiaccio, voler camuffare le emozioni con la sua voce da bambina immersa in cascate di suoni multicolori. E poi mi capitava di farmi rimbalzare la voce eterea e sublime di Catch The Breeze o Avalyn nelle cuffie della mia stanzetta. E per me, che a loro, gli Slowdive, ho sempre preferito i Cocteau Twins o i Cure o i Jesus & Mary Chain, l’ascolto rimaneva un’esperienza mistica, onirica. Rachel Goswell, da quel lontano 1995 in cui ha messo in stop l’esperienza con gli Slowdive, le ha passate davvero tutte. Musicalmente e personalmente. Ma quando a gennaio 2014, il Primavera Sound Festival ha ufficializzato la reunion, nessuno si sarebbe aspettato un impatto simile.

La band di Neil Halstead e Rachel Goswell, in mezzo al mare in tempesta che erano i primi Novanta, è riuscita a scalfire, nei corsi e ricorsi storici, un solco inesorabile nei ricordi e negli ascolti di migliaia di fan. Come spesso accade, il loro culto è covato e maturato negli anni, restituendo, forse un po’ in ritardo, la gloria meritata ad una band che in patria era vista di cattivo occhio dalla stampa di settore. Ma la naturalezza, l’aspetto mistico e catartico della musica degli Slowdive, si è impresso inesorabile nelle esperienze dei musicisti che, in mezzo a mille difficoltà, hanno tenuto duro. E si è impreso anche in generazioni di artisti futuri che, magari inconsciamente, hanno fatto tesoro dello shoegaze macchiato onirico della band di Reading. Un’avventura finita troppo presto per essere goduta veramente. Ma Rachel, che dalla vita è stata messa alla prova da cose ben più serie della separazione di una band, si è conservata pura e sorridente. Lo è ancora oggi e ha promesso di esserlo anche in vista della prima ed unica data italiana il 16 luglio a Padova, in occasione del Radar Festival 2014.

Lo sappiamo perché l’abbiamo incontrata per discutere di musica, di tanta musica passata presente e futura, degli Slowdive e dei loro rapporti interni, di esperienze personali come donna, come madre e come professionista, di tecnicismi legati al suono e del suono dei sentimenti. Nel relax di un qualunque pomeriggio di aprile, mentre la maggior parte degli umani è intenta a caricare la moka di caffè, il tintinnio della chiamata di Skype in entrata irrompe brusco, cogliendomi totalmente impreparato. Ma come? Non dovevo chiamare io? Non funziona così nelle interviste di solito? No, non per lei. È Rachel. Rispondo. “Sì?”. E il suo viso paffuto, sottolineato da un paio d’occhiali portati sulla punta del naso, da un’acconciatura rivedibile da british desperate housewife, compare su uno sfondo verde. L’aura non più intatta della mia personalissima femme fatale sembra un po’ svanire di fronte a quella donna quarantenne, che sembra aver appena finito di tagliare l’erba in giardino. Ma vuole vedermi. “Cacchio, questa mi vuole vedere in webcam” penso. Mi tocca trovare una scusa. Lei continua: “Mi vedi? Riesci a vedermi? Io non riesco a vedere te…”. Mi arrendo. Non prima, però, di sfoderare la prima battuta che mi viene in mente: “Ok, mi mostro, dammi un secondo… sono particolarmente brutto oggi”. Segue una risata sguaiata e diaframmatica che timbra i miei timpani. Ho fatto colpo. Siamo finalmente online. Insieme.

Rachel Goswell è una classe 1971, è nata a Fareham, ma ha incontrato Neil a Reading, che è ufficialmente riconosciuta come la patria degli Slowdive. Da alcuni anni, dopo il matrimonio con Christopher Andrews dei Cuba, è legata a Joe Light, che è un distributore di pedali ed effetti di chitarra (era da dire…). Ha un figlio, Jesse, che, da come ne parla e dalla sua attività (a dire il vero elevata) sui social, sembra essere davvero la sua unica ragione di vita. Tra l’esperienza degli Slowdive, quella dei Mojave 3 – la band con Neil di respiro country e folk – e l’annunciata reunion, Rachel ha avuto tempo e spazio per considerare i pro e i contro del ritorno sui palchi. Lo abbiamo già detto: si tratta di un evento storico principalmente per la band, che, con un po’ di soddisfazione, ma tantissima umiltà, si riprende quello che aveva assaggiato solo in parte nei primi anni Novanta. E lo ha dimostrato soprattutto in occasione del live di maggio a Barcellona, quando l’emozione non ha frenato la resa di un live cristallino, ad altissimo impatto catartico. Il più, allora, è scoprire le ragioni, che legano questo ritorno a quello di altre band del periodo, My Bloody Valentine su tutti. È inutile negarlo, ormai, il cosiddetto shoegaze, che negli anni passati aveva vissuto momenti alterni, sotterrato a volte, dai coevi brit pop e grunge, sta vivendo una nuova giovinezza.

Slowdive

Perché ora, Rachel? “Già! Non pensavo che le persone potessero essere così interessate ad una nostra reunion… Ci ha preso tutti di sorpresa. Quando abbiamo ricevuto l’offerta dal Primavera Sound, abbiamo capito che quello era il nostro punto di partenza. Voglio dire, non ci siamo accorti dell’impatto finché non abbiamo visto il nostro nome sulla locandina. Poi l’abbiamo visto e ci siamo detti: ‘Oh my God, that’s ridiculous!’ E’ stato particolarmente emozionante e strano. Strano perché sta succedendo ora… ma in senso positivo. Musicalmente, poi, nell’ultimo decennio c’è stata una sorta di risurrezione dello [con le dita fa il segno delle virgolette, storcendo la bocca e l’intonazione, ndSA] shoegaze”. Eppure, qualcosa è dovuto scattare nelle teste dei cinque Slowdive, se non altro perché – stando a quando mi dice Rachel stessa – “non abbiamo dovuto convincere nessuno, eravamo tutti gasati”. “E’ il momento giusto a livello personale. – continua sorseggiando il tradizionale tè delle 5 -, ci hanno chiesto di riunirci alcune volte negli ultimi anni, ma pensavamo che non fosse il momento giusto. Io e Neil eravamo con i Mojave 3 per un po’ di anni e il progetto esiste ancora tecnicamente”. Poi, giusto per ricordarmi che ho davanti una persona di una sensibilità finissima e infinita, abbassa un po’ i decibel e racconta le dure esperienze degli ultimi anni: “Io mi sono ammalata poco dopo l’uscita del mio disco [Waves Are Universal, 2004, 4AD, ndr]; nel 2007 ho avuto un’infezione all’orecchio, chiamata labirintite, che mi ha lasciato quasi sorda dall’orecchio sinistro e con qualche problema di equilibrio per alcuni anni; ho dovuto fare fisioterapia per un po’, cercare di camminare dritta. Per questo ho smesso di fare concerti con i Mojave 3… non ce la facevo fisicamente. È stato molto difficile e mi sono dovuta prendere un paio di anni per provare ad andare avanti. Poi… ho avuto mio figlio Jesse, quasi quattro anni fa e …. [ride] è venuto con il suo pacchetto di problemi da gestire. Mi sono concentrata su di lui per quasi quattro anni… beh saranno quattro la sera che suoneremo al Primavera, il che sarà molto emozionante per me, a vari livelli”. Jesse, già… un bambino stupendo, affetto da una sindrome, nota come CHARGE, che è causa di alcune anomalie genetiche. Ma Rachel ride, è una combattente e, se fate un giro sul suo Twitter, troverete ogni giorno un’iniziativa nuova sulla ricerca, che lei fa di tutto per promuovere.

Le chiedo di fare un piccolo salto indietro, partendo dall’impatto differente e non proprio entusiasta che gli Slowdive ebbero nel periodo di maggiore attività e confrontarlo con l’enorme risonanza di ora. Tre album e una manciata di EP non erano bastati alla critica britannica per farli inserire nei big del genere. Per qualche ragione, continuavano ad essere snobbati: “la stampa musicale inglese non ci ha visti di buon occhio. In America andò meglio e ci divertimmo molto a fare concerti. Ci siamo anche finanziati da soli il nostro ultimo tour, perché avevamo un’etichetta di merda, la Creation [di Alan McGee, ndr]. Lì eravamo un po’ le pecore nere e faceva schifo. Quindi volevamo prendere in mano la situazione e uscire da lì. Al tempo Melody Maker, NME erano il vangelo. Lo erano anche per me che compravo ogni numero per farmi la mia cultura musicale. In un paio d’anni, poi, ci siamo trovati dall’altra parte e ho smesso di leggere quei giornali, pensando che fossero tutti bastardi. Beh, la maggior parte… Ho conosciuto le persone che c’erano dietro a quei giornali e… sì, sono proprio dei rompipalle. Erano giornalisti con un ego enorme e credo che la maggior parte di loro avesse sufficiente potere da far sciogliere una band. Erano più importanti loro della musica. E attaccarono anche noi. Il nostro terzo Ep, Holding Our Breath, subì certamente questa sorte… Non so se è stato così anche per il nostro primo album. La differenza è che ora c’è internet…”. McGee, il manager di Creation, recentemente ha avuto modo di esporsi su Twitter, confessando che, secondo lui, gli Slowdive non hanno colto l’attimo quando potevano, agli inizi degli anni Novanta. Per lui, una reunion nel 2014 è carta bruciata. Ma Rachel insiste.

“Non era semplicemente il periodo giusto per la nostra musica”, magari offuscata dalla freschezza del brit pop e dalla rabbia del grunge. Gli Slowdive, al tempo, erano veramente giovani, il che, immagino, abbia influito tantissimo sul tenere a bada degli animi che scalpitavano a metà degli anni Novanta: “Eravamo sui 20, 24 anni… tre album, molti problemi legati all’etichetta, problemi economici… Siamo andati in bancarotta due volte perché abbiamo avuto un manager di merda. Tutto era uno schifo. Eravamo molto ingenui, ci fidavamo delle persone intorno a noi. Fa parte dell’essere una band, sai, è inevitabile. Tutti erano incazzati quando ci siamo separati. Non avevamo soldi…” Erano incazzati anche fra di loro? “Mmmm…. Forse un po’, non così tanto. Simon aveva lasciato la band con Pygmalion ed era stato rimpiazzato da una drum machine. Ma ci saremmo dovuti trovare un nuovo batterista comunque…. Neil ed io abbiamo continuato con i Mojave e Pygmalion è uscito un anno dopo rispetto a quando l’avevamo finito di registrare. Il primo dei Mojave, invece, è uscito in questo anno di buco, quando io e Neil abbiamo cominciato ad ascoltare cose in stile Bob Dylan. Le cose hanno seguito il loro corso…”.

Eppure, le faccio notare, si dice in giro che le persone non riuscivano a trattenere le lacrime ai concerti degli Slowdive: “A dir la verità, c’è stata questa ragazza, forse cecoslovacca, che è venuta ad un concerto mio e di Neil l’anno scorso, ed era veramente in lacrime. Ho dovuto darle un abbraccio. È stana questa reazione che hanno le persone. La ragazza è venuta e mi ha detto che ha aspettato venti anni per poterci vedere dal vivo… Sai, fa un certo effetto”. Poi scherza: “Dio, ma piangono ancora? Forse non abbiamo fatto abbastanza sale prove!”.

A proposito di sale prove, cerco di scovare qualche segreto riguardo alle sedute che precedono il ritorno sui palchi dopo quasi vent’anni… Mi chiedo se si sono ricordati tutti i brani con facilità o se c’è voluto un briefing apposito. “Beh, non ci siamo ricordati proprio tutto. Abbiamo iniziato con il pezzo Slowdive, che è sembrato ottimo. Come sempre… Ed è stato un momento fantastico. Ci siamo detti: ‘Wow, siamo forti!’. Nessuno immaginava che avremmo suonato ancora così bene. Poi When The Sun Hits e alcune canzoni sulle quali abbiamo dovuto lavorare, perché avevano diverse tonalità. Abbiamo provato per un weekend al mese da gennaio, ma a dir la verità abbiamo provato anche prima dell’annuncio della reunion”.

In un sound raffinato e sperimentale come quello degli Slowdive, è necessario tenere aggiornata la tecnologia, per cui – mi confessa – “abbiamo pedali nuovi, che, tra l’altro, ci vende il mio partner, che lo fa per professione. Nessuno di noi, comunque, ha gli strumenti che avevamo al tempo e quindi sarà tutto un po’ diverso. Simon ha un nuovo kit di batteria, che sarà magnifico mostrare sul palco”. E poi, i brani, che finalmente potranno prendere respiro proprio su palchi adeguati. Basti pensare che Pygmalion, il terzo e ultimo Lp, non è mai stato eseguito live perché “abbiamo provato e poi, poche settimane prima del tour, la Creation ci ha scaricato, quindi non abbiamo mai avuto la possibilità di suonare quell’album. Ma sembra che i pezzi stiano venendo molto bene. La cosa più interessante di suonare quei brani oggi è che prendono una vita nuova, completamente diversa, senza sradicarli dalla loro natura. Non è stato facile, perché molti brani erano concepiti su trucchi da studio, sovraincisioni, loop… i bassi, ad esempio, non erano acustici, ma suonati sulle tastiere e Nick doveva inventarsi cose strane per suonarli. Beh, mi sembra che ora i brani siano più eccitanti da suonare rispetto a prima. Stanno cambiando”.  E i volumi? Suppongo che, in gruppi che si sono nutriti di volumi pazzeschi e da cui hanno tratto una loro peculiarità e una loro forza, la qualità del suono sia fondamentale. Chissà cosa cambierà nei prossimi live rispetto a vent’anni fa… “Non lo so! Ma è un’ottima domanda… Tra l’altro io indosso dei tappi per le orecchie mentre suono, a causa del mio problema… Il suono credo sia più o meno lo stesso di allora ed è di per sé abbastanza forte. Ne stavamo parlando alcuni giorni fa, proprio riguardo la nostra data a Londra e uno dei problemi che è venuto fuori era il limite di decibel dei locali. Quindi abbiamo dovuto scartare alcune location a causa di questo…”. Le faccio notare che in Italia ne abbiamo parecchi di questi problemi e lei mi risponde che gli Slowdive devono “necessariamente suonare sopra i 100 db”.  Già che siamo finiti a parlare di volumi, condividiamo qualche memoria dei concerti dei My Bloody Valentine. “Ho visto i Valentines moltissime volte negli anni Novanta, ma non nel tour della reunion, perché le band non vengono oltre Bristol, si fermano a Devon. Ricordo che nei Novanta i bassi mi esplodevano in petto tanto forti da farmi sentire male. Erano magnifici…”.

slowdiveSospiro e decido ancora di tornare indietro nel tempo. Insomma, ho davanti una leggenda di quel periodo, non posso perdere l’occasione di togliermi qualche dubbio. Sullo shoegaze, ad esempio. Sulla sua genesi, le sue gesta. Da dove è partito tutto? Da qualche parte si dice che tutto è iniziato a seguito di un tour inglese del 1990 dei Dinosaur Jr., il cui suono, mixato con l’effettistica della chitarra di Hendrix e l’appiglio dei Velvet Underground, ha creato un humus favorevole al genere. Ma, quando lo faccio notare a Rachel, come spesso accade, i sogni s’infrangono sul frangiflutti. Mi liquida i Dinosaur con uno “yeah, they were interesting…” e rilancia sul personale: “per me, ebbero più impatto band come i Loop. Ero in prima fila ai loro concerti, quando avevo 17 o 18 anni. Non so, ci sono state molte band che hanno influenzato il nostro sound… I Jesus & Mary Chain su tutti, ma anche i Velvet Underground: prima degli Slowdive avevamo una loro cover band. I Cocteau Twins, un po’ dopo… ci sono serviti a compattare il nostro sound”. Dopo? “Li ho sentiti per la prima volta quando avevo 16 anni, con Treasure. Christian era un grande fan dei Cocteau Twins. La loro chitarra, certamente, ebbe un’influenza particolare sulla nostra musica. Dico ‘dopo’ solo perché all’inizio eravamo concentrati più sui Velvet Undeground e sui Mary Chain. A Neil piaceva molta musica twee indie come i Primitives, che io non amo. A me piaceva di più la roba un po’ gotica, tipo i Cure, i Banshees. E anche a Nick, a cui piace tuttora. Beh, insomma, anche se non so se a Neil sono mai piaciuti i Cure, sono sicura che avevamo tutti gusti abbastanza diversi…”.

Nel momento di annunciare una reunion, ogni band si pone il dilemma del nuovo materiale. Gli Slowdive, ovviamente, non sono stati esattamente congelati per vent’anni. Hanno vissuto più vite, con i Mojave, con le esperienze soliste di Neil e Rachel, con i saltuari incontri, con i ricordi e, soprattutto, con gli imitatori inconsapevoli. Anche gli Slowdive hanno nuovo materiale, mi confessa Rachel: “Neil ha alcuni brani, che credo ci proporrà e noi ci jammeremo sopra. Come sempre. Le mie canzoni preferite degli Slowdive, come Souvlaki Space Station o Avalyn, sono uscite con noi che suonavamo a ruota libera in sala prove. Credo sia questa la strada, è più organico per la band. Bisogna suonare insieme e vedere cosa ne esce fuori”. Si sente libertà in queste parole, dette mentre si allontana per un po’ dalla webcam. Si sente la libertà di poter gestire le proprie risorse, le proprie ispirazioni: “La cosa bella per noi ora è che siamo più anziani e saggi e non abbiamo le pressioni di un’etichetta o del tempo. Non c’è pressione immediata. Solo alcuni concerti in giro per il mondo”. Peccato solo non poter ascoltare già qualcosa nei prossimi live.

Come hanno fatto? continuo a domandarmi… Gli anni andavano e i suoni che loro avevano concepito erano sempre più attuali, le band suonavano come loro, ma non lo sapevano e, cosa peggiore, loro non potevano farci nulla, perché erano tenuti a distanza dalle logiche di un sistema, da cui si erano sentiti schiacciati. “Ci sono effettivamente alcune band che ho ascoltato negli anni – mi rassicura Rachel- e che mi hanno fatto pensare ‘Jesus Christ… sono gli Slowdive!’. E ovviamente ho pensato che loro suonassero meglio di quanto abbiamo mai fatto noi! Non dirò i nomi… Ma lo prendo come un complimento… sai, molte band hanno bisogno di un punto di partenza per le loro referenze, come abbiamo fatto noi…”. Punti di partenza, punti d’incontro, di ripartenza. Con un po’ di sorpresa, scopro una Rachel onnivora di musica, che sa da che parti far maturare le sue ripartenze. “Adoro i Midlake, il nuovo dei The War On Drugs. Simon e Neil adorano Nils Frahm, che fa una cosa elettronica tipo spacey-melo… Ah, adoro il nuovo di Banks e soprattutto quello dei Sun Kil Moon, adoro più o meno tutto quello che fa Mark Kozelek”. Ah, tocchi un punto caldo, cara! Ho visto un suo live dieci giorni fa… “Già, è un grande songwriter… Lo conosco di persona da qualche anno, è davvero divertente. Neil è molto preso dal suo modo di scrivere, perché crede che sia uno dei migliori della sua generazione. Non potrei mai scrivere canzoni come fa lui…”.

Ma Rachel, proprio come quella ragazza di vent’anni fa, ha nuovi obiettivi: “Un tempo mi ispiravo totalmente a Siouxsie. Era l’artista alla quale aspiravo ad arrivare, anche come persona. Era fantastica e lo è tutt’ora. Dall’altra parte, però, amavo Joni Mitchell, che è completamente diversa da lei… ma è una donna forte altrettanto. Ho amato anche Nick Cave e lo amo ancora. In effetti, sono una persona molto leale… Iggy Pop, Neil Young, Nick Drake”. Provo a fermarla ma non ci riesco. Anella, uno dopo l’altro, i nomi degli artisti che ama di più, come una cannibale di musica. Alla faccia di chi è geloso delle proprie referenze…“Beh, mi piace quasi tutto… però faccio fatica ad ascoltare il death metal!” mi dice con una risata da vecchia zia del sud est britannico.

Cerco di congedarmi nel modo più polite possibile, ma dopo i sorrisi e le risate che abbiamo vissuto non è facile. “Verrai a Padòva?” mi chiede marcando quel rotondissimo accento sulla “o”. “Ci saremo”, le rispondo.