Recensioni

È il caso di rispolverare la classica espressione “gradito ritorno” per i Tame Impala: dopo ben cinque anni ecco The Slow Rush. Il quarto disco di Kevin Parker è stato ispirato dallo scorrere del tempo e, per certi versi, potrebbe rappresentare una meditazione in chiave virgiliana su un presente edonistico («I’m about to do something crazy, no point in waitin’», dall’emblematica Instant Destiny), sulla memoria (Posthumous Forgiveness, Lost In Yesterday) e sul futuro immediato (One More Hour).
Trasponendo il concetto di base in ambito sonoro, ecco che The Slow Rush è principalmente ritmico nel senso che riff e stratificazioni ruotano attorno a cambi di beat o si dilatano in lunghe cavalcate. A sorreggere questo frame c’è l’uso massiccio di tastiere – protagoniste assolute che hanno ridotto di parecchio le chitarre – e una piena consapevolezza della dimensione pop di un gruppo che, per tradizione e visioni opposte al concetto di “radio friendly”, si è ritagliato sin dagli esordi un ruolo a metà tra revival lisergico e melodie catchy (basterebbe come esempio la sola linea vocale di Borderline per toccare con mano il concetto).
Ricordiamo tutti il gioco sul finto glitch nella seconda parte di Let It Happen, e anche in questo disco c’è la sfida all’ascoltatore: attenzione alla voce di Parker a un certo punto di Posthumous Forgiveness. Questo per ribadire, se ci fosse bisogno, che parlare dei Tame Impala significa porre l’attenzione su uno dei gruppo più stimati da pubblico e critica degli anni ’00, una rarità. Il clamore, però, è più che meritato se, dopo album come Innerspeaker, Lonerism e Current, la band è capace di regalare l’ipnotico piano di Breathe Deeper o la seducente Lost In Yesterday.
E come non alzare il volume durante la duftpunkiana Is It True o resistere ai riff e alle ritmiche di Tomorrow’s Dust? A distanza di più di un decennio, i Tame Impala rimangono una splendida contraddizione (come lo è lo stesso titolo del disco, Slow/Rush): guardano al passato proiettandosi nel futuro, sono contemporaneamente pop e anti pop, sono capaci di emozionare e confondere chi si avvicina alla loro musica. Forse il merito maggiore della parabola della band è rappresentato dal più difficile dei compiti per un artista: fagocitare fonti e modelli ribadendo continuamente e in maniera convincete la propria identità.
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