• apr
    16
    1991

Classic

A&M Records

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Il 16 aprile del 1990 Andy Wood, astro nascente del rock di Seattle, viene trovato riverso sul letto di casa dopo essersi iniettato l’ultima dose di eroina. La corsa in ospedale e i tentativi di rianimarlo non serviranno a nulla: “Landrew the Love Child” muore tre giorni dopo senza aver mai ripreso conoscenza. Prima di staccare le macchine che lo tengono in vita e lasciarlo andare, familiari e amici lo salutano per l’ultima volta con uno dei suoi dischi preferiti in sottofondo (A Night at the Opera dei Queen). Il momento è ricordato da Chris Cornell nel documentario Pearl Jam 20 come “la perdita dell’innocenza” per tutta la scena.

Wood era a un passo dal diventare ciò che aveva sognato di essere fin da bambino: una rockstar. Con l’album Apple già pronto per l’uscita non era difficile pronosticare il successo per i Mother Love Bone. Una band hard rock di impostazione 70s classica, ma non stantia: una miscela di Led Zeppelin, Kiss, Aerosmith, con una verniciata di glam e di leggero pomp rock, corretta dal gusto per gli hook duri ma orecchiabili degli anni Ottanta e da un’iniezione di basso post-punk, swing deciso tendente al funky e un certo misticismo psichedelico. Una terza via – e un po’ una via di mezzo – tra i Guns & Roses e i Jane’s Addiction, ideale per occupare, anche commercialmente, un posto tra i due colossi di Los Angeles. Non è andata così, perché la tragedia era dietro l’angolo.

Questo lungo preambolo è indispensabile per inquadrare lo spirito del “supergruppo” Temple of the Dog, spontaneo tributo a un amico, palestra per il suono di una band ancora in fieri e unicum nell’albero genealogico della Seattle del grunge. Wood non era soltanto il cantante dei Mother Love Bone, o il compagno di band dei futuri Pearl Jam Jeff Ament e Stone Gossard, ma anche uno dei migliori amici di Cornell. Che, alle prese con un tour dei Soundgarden di cui dirà “è stato un incubo”, sfoga il suo dolore scrivendo due canzoni che parlano di Andy: Say Hello 2 Heaven e Reach Down. I brani non si accordano tanto allo stile della sua band, così Chris li fa ascoltare a Stone Gossard, che ne è subito entusiasta. Stone intanto, dopo essersi ripreso dalla scomparsa dell’amico e dalla fine dei Mother Love Bone, ha incominciato a provare con Mike McCready e Jeff Ament; il nucleo di quelli che diventeranno i Pearl Jam. Nel demo tape di strumentali mandato in giro in cerca del futuro cantante, dietro i tamburi c’è…Matt Cameron dei Soundgarden.

È così, insomma, che da un paio di canzoni scritte da Cornell nasce un progetto più strutturato e dall’idea di un singolo si arriva a un album intero, pubblicato dalla A&M (etichetta dei Soungarden) il 16 aprile del 1991. Un album che dopo il successo dei Pearl Jam, nel 1992, diventerà il Blind Faith degli anni Novanta, uno dei classici dell’era di Seattle. Un classico “atipico”, visto che di grunge in senso stretto c’è poco, o almeno non è il Seattle sound a cui siamo abituati. È un approccio “laterale” a quello dei Soundgarden e che va oltre lo stile dei Mother Love Bone: la pietra angolare sono il soul-rock psichedelico del brano di apertura e l’hard solido, acido e un po’ teatrale di Reach Down, che però a un certo punto svolta e diventa una blues jam di dieci minuti. Un suono che in parte sfocia in quello dei Pearl Jam di là da venire, visto che il produttore Rick Parashar sarà lo stesso di Ten – e si avverte un po’ della stessa patina “classic”.

Quello dei Temple of the Dog non è heavy rock ma un rock-blues epico, solenne,  pure elegante, con sfumature morbide, acustiche – vedi Times of Trouble e Wooden Jesus – e, la cosa più piacevole a dirsi, a tinte inusualmente black. Davvero è uno dei dischi più neri del grunge di Seattle (gli Afghan Whigs sono di Cincinnati…), anche se rispetto ai Satchel o ai Brad (che tra parentesi sono un’altra creatura di Stone Gossard) mantiene comunque l’imprinting hard tra Zeppelin, Cream, Hendrix e Free. C’è infatti una bella e calda vibrazione soul lunga quasi tutto il disco, che dagli accenti gospeleggianti di Say Hello 2 Heaven arriva all’r&b jazzato e melodico di All Night Thing – dove non c’è traccia di chitarra distorta o di batteria pestata – e si inerpica dentro lo shouting di Cornell in Call Me A Dog (una prestazione da soulrocker bianco fin lì inedita per le sue corde di titano dark-punk-metal). A cui si aggiunge pure una nervosa – e, nonostante tutto, sinuosa – funkyness, a sorreggere e scandire i momenti più heavy di Pushing Forward Back e Your Saviour.

Fa storia a sé il brano più famoso, Hunger Strike, l’unico con due voci soliste: accanto a Cornell entra in campo Eddie Vedder, l’”outsider” appena arrivato da San Diego che qui si mostra già pronto a prendersi il microfono e la scena. Vedder e Cornell sembrano ora rincorrersi e ora prendersi per mano, si sdoppiano le parti (speculari), e giocano a rimpiattino tra le discese e le risalite di un piccolo gioiello di arrangiamento che ci spiega come da un’idea semplice come un giro di chitarra arpeggiato si possa costruire un climax da pelle d’oca.

Questa riedizione celebrativa dei venticinque anni del disco comprende nuovi mixaggi e un campionario di versioni inedite che guardano i vecchi pezzi da punti di vista lievemente sfalsati, permettendo di coglierne alcune sfumature – senza però nulla che metta in discussione la superiorità dei brani definitivi. Spuntano a sorpresa anche due inediti, Angel of Fire – forse la più Mother Love Bone, soprattutto, strano a dirsi, per la voce di Cornell che a tratti somiglia a quella di Wood – e il bluesaccio di Black Cat, mai andati oltre – presumiamo – lo stadio di demo. E si capisce il motivo. Meglio concentrarsi sulle dieci canzoni che hanno trovato la via dell’album; un disco che si esauriva in se stesso e nella sua strana e irripetibile magia, in cui freschezza, libertà musicale e respiro “classico” si fondono a meraviglia, oltre i cliché e anche oltre il muro del tempo…

18 ottobre 2016
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