• feb
    26
    2016

Album

Interscope Records

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Siamo stati probabilmente tra i primi, nell’autunno del 2012, a puntare sui 1975 recensendo il loro EP Sex. All’epoca non era ancora del tutto chiara quella che sarebbe stata la direzione che avrebbero intrapreso con le uscite successive e quale sarebbe stata la portata mediatica dell’album d’esordio, ma era già piuttosto evidente che tra le decine di “next big thing” di quel periodo Matthew Healy e soci erano forse quelli con il maggiore potenziale pop. Con circa 750.000 copie vendute del debutto The 1975, la band di Manchester ha poi confermato le previsioni, imponendosi – sia in patria che in USA – come una delle poche recenti formazioni pop-rock capaci di scalare le classifiche. Grazie ad una impressionante successione di singoli vincenti (alcuni già contenuti negli EP precedenti) gli inglesi hanno imbastito un proprio credo stilistico parecchio ruffiano ma parallelamente originale e difficile da riscontrare altrove all’interno del panorama internazionale.

Il vero protagonista (Chocolate, Settle Down e Girls gli esempi) di The 1975 era quel “mix di Talking Heads, del Peter Gabriel di US e di un’intera compilation One Shot ’80 compressa in tre minuti”, ciò nonostante Healy & co fino ad oggi hanno dimostrato di non riuscire a rimanere fermi su un trademark sound limitato. Se il white-funk tagliato da una certa effervescenza melodica è stato il principale responsabile del successo (lo sanno bene i nostrani The Kolors), la discografia degli inglesi è a dir poco variegata, con punte alt-r&b, ballate ad altezza boy-band e gesta synthpop. Per aumentare ulteriormente la carne al fuoco nel 2014 hanno pubblicato il singolo Medicine (in occasione del re-score di Drive ad opera di BBC Radio 1), brano etereo, fluttuante e dai decisi contorni dreamy. Per il secondo album I Like It When You Sleep for You Are So Beautiful Yet So Unaware of It la band sembrava aver pensato bene di diminuire l’eterogeneità direzionando quasi tutti gli aspetti in gioco verso un territorio audio-estetico (ad altezza funk-pop) ben preciso: il singolo di lancio Love Me racchiudeva il Peter Gabriel di Sledgehammer, gli INXS di New Sensation e il David Bowie di Fame, risputati in un formato glam-friendly e appetibile per la gioventù 2k16. Gli stessi colori, le stesse retromanie ’80s e le stesse ritmiche spezzate erano presenti anche nel secondo estratto UGH!. Già alla pubblicazione del terzo estratto, The Sound, ha iniziato ad insinuarsi il dubbio che anche questa volta gli inglesi non avessero saputo mantenere un filo conduttore chiaro. Il brano in questione infatti allontana i groove funky a favore di un ripetitivo synthpop-house dai connotati quasi teen. Rilasciata una settimana prima della pubblicazione dell’album, Somebody Else smuove nuovamente le carte in tavola, sfiorando situazioni slow-disco.

Chi sono realmente i 1975? Difficile dirlo, dopo tutto – in una recente intervista – Matthew Healy ha ammesso «I’m challenging people to sit through an hour and 15 minutes and 17 songs that all sound completely different from each other». L’ambizione non è trascurabile ed è quella di chi non ha il timore di affrontare all’interno di un unico album diverse facce della stessa medaglia, quella di una pop music che ha velleità sia artistiche, sia d’intrattenimento spicciolo. Lungo l’ora e un quarto di I Like It When You Sleep for You… viene alternato materiale sfacciatamente becero a tracce che di orecchiabile/radiofonico non hanno assolutamente nulla (anche nella durata). Sul versante funk-pop She’s American e This Must Be My Dream non riescono ad essere contagiose quanto i primi due singoli, tradite da un ritornello poco incisivo (la prima) e dal sapore di incompiutezza tipico delle b-side (la seconda). Altri segnali che agli inglesi non tutte le ciambelle riescono col buco li abbiamo nell’anonima A Change Of Heart e nei sporadici avvicinamenti a quel pop-soul confidenziale che negli anni ’80 veniva, giustamente, denigrato (If I Believe You). Meno frequenti le incursioni in territori simil-emo degli esordi (quel Jimmy Eat World meets Bloc Party che era Sex) tanto che la sola The Ballad of Me and My Brain riabbraccia distrattamente certe sonorità mentre altrove si cerca una raffinatezza che tenta di unire senza remore fiacco soft rock e pop sussurrato da mano sul cuore: Paris ad esempio è materiale che sembra uscire dalla discografia del peggior Sting o, con un po’ di cattiveria, dei Westlife o dei Boyzone. Please Be Naked (ambient & dintorni), Lostmyhead (vagamente onirica tra tappeti di synth e chitarre), la titletrack (tra loop e minimalismo folktronico) e l’introduttiva The 1975 sono quattro passaggi strumentali che intervallano una tracklist già di suo piuttosto tortuosa. Solamente le ultime due tracce (Nana e She Lays Down) tengono a freno eccessi, portando il discorso su contesti acustici dal mood dimesso, in netta contrapposizione rispetto all’esuberanza degli episodi più ritmati.

In un momento storico in cui lo stardom della pop music sembra guardare altrove, i 1975 assumono le sembianze di schegge impazzite che cercano – e con ogni probabilità trovano – il grande successo preferendo affinare una strada personale (che certamente può risultare indigesta) piuttosto che seguire mode. Ripescando quanto già detto per l’album di debutto,«saranno anche dei furbacchioni, ma Matthew Healy e compagni meritano probabilmente più del facile odio che sono destinati a raccogliere».

26 febbraio 2016
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The 1975

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