• ott
    28
    2016

Album
Joy

Because Music

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Partito come un esperimento a metà fra ricordi french touch (versante primi St. Germain) e scuola teutonica techno-live jazz (Cobblestone Jazz), il sound dei BBF si è poi spostato su versanti più intimisti e sperimentali, vicini alla mitteleuropa da camera, sempre tagliando ovviamente con svisate jazz post-club (vedi il più che buono Miami del 2013 con i featuring di Jamie Lidell, Gudrun Gut e Nina Kraviz). Prima di questo nuovo Joy, che già dal titolo dice molto sul nuovo mood del trio, c’è stato pure un DJ Kicks, sorta di consacrazione e di biglietto da visita da sfoggiare con chi li faceva troppo poshy (nella raccolta del 2014 tra le altre ascendenze più o meno dichiarate spiccavano i nomi di Jan Jelinek, Glenn Astro e Machinedrum). Nel nuovo lavoro il trio collabora con il poeta e cantante canadese Beaver Sheppard e il disco si concentra quindi più sull’amalgama fra voce e strumenti, che stilisticamente non cede sulla complessa trama ritmica cui siamo abituati.

L’opener You Can Buy My Love è una bella introduzione che riprende temi già sfruttati in passato e li attualizza con un buon pop à la Depeche Mode, Poor Magic è un soft mood ritmato che assomiglia alle malinconie di un Erlend Øye in stato di grazia senza chitarre acustiche e più mittel, Blackout è un trip acido con piatti splash di batteria che rimandano al jazz, il tutto fuso in un tunnel smascello quasi vicino ai Suicide, Society Saved Me è ancora un impasto di jazz piano più basso berlinese e cassa dritta senza peli sulla lingua, ma sempre con una voce caldissima e qualche accenno di soul, Keep Changing sembra una ballad soul inglese anni ’60.

Da questi e da altri ingredienti si capisce che i ragazzi sono cresciuti molto rispetto alle origini. La capacità di arrangiamento è migliorata, e in questo anche la capacità di variare pur mantenendo la propria voce. Non a caso hanno musicato l’opera Gianni, sulla figura e il mito dello stilista italiano Versace, presentata proprio nell’ottobre 2016 al prestigioso teatro dell’opera di Berlino. Oblivious tiene questa dimensione teatrale e un po’ pomposa, ma combina tutto con suoni dark e cheaptronica che danno qualche spezia di fresco in più. Facetime è il buon incontro fra archi e ritmiche post-dancefloor minimal, Away From My Body chiude con una urban poetry intrisa di tocchi di batteria, jazz, vocalizzi e sogni da strada che ricordano la lezione dei Talking Heads.

La proposta dei BBF si allontana fisicamente dal dancefloor, ma ne tiene a mente la prima regola: per una buona canzone bisogna tenere sempre il ritmo. Tagliando con suggestioni che prendono dalla poesia, dal teatro, dalla techno e dal jazz, il loro mondo si è finalmente assestato su una poetica liquida, che spazia in mille mondi pur non risultando citazionistica e fine a se stessa. Daniel Brandt, Jan Brauer e Paul Frick hanno finalmente trovato la loro voce. Complimenti.

5 novembre 2016
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