Recensioni

Ad alcune band è concesso un dono dagli dei: invecchiare con grazia. Nel caso dei neozelandesi Chills, nati nel lontano 1980, in quel di Dunedin, alla grazia si aggiunge lo stile. A dimostrarcelo c’è qui il loro nuovo disco, il settimo in carriera: Snow Bound. Tralasciando gli anni Ottanta – che per la band formata dal singer/songwriter Martin Phillipps furono un periodo d’assestamento foriero di grandi sortite artistiche (vedi alla voce: Brave Words, loro debutto lungo del 1987) – qui si naviga dalle parti del capolavoro della band, ossia di quel Submarine Bells che fondeva Velvet Underground, Sixties Sound, R.E.M., Feelies, Cocteau Twins, Twee Pop e un songwriting di classe eccelsa.
Ad un primo ascolto, le varie The Greatest Guide, Time To Atone, Eazy Peazy o Complex hanno il sound dirompente e fresco del disco con la medusa in copertina, e ci offrono una manciata di melodie – stratificate e ficcanti – che naviga appena un pelo sotto a quelle del sopraccitato capolavoro. Il singolo non-album pubblicato sul finire dello scorso anno – Conversation Piece – cover della storica b-side del singoletto bowieano The Prettiest Star, uscito nel marzo del 1970 – faceva presagire ottime cose, ma qui siamo oltre. Manca tanto così per replicare i fasti del passato, ai Chills, ma tenuto conto che il tempo passa per tutti e che anche l’ispirazione, come ogni altra cosa a questo mondo, appassisce e invecchia, beh… allora non c’è dubbio: Snow Bound è un (mezzo) miracolo.
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