Recensioni

Gli italiani Doormen (da Ravenna) arrivano al terzo disco dopo due anni dall’ultimo Black Clouds, firmando un concept distopico su incubi e paranoie della provincia. Joy Division, Editors e Interpol, con alcuni echi di U2, Afterhours e degli ultimi AFI, sono le coordinate tra cui si muove l’ensemble, in un variegato calderone post punk da cui emerge talvolta anche una tentazione pop striata di psichedelia.
Pur collocandosi in un panorama musicale abbastanza inflazionato e suonando spesso decisamente derivativo (il riff di Like a Statue ricorda la Venus degli Shocking Blue), il disco presenta alcuni ottimi spunti e cresce sicuramente con gli ascolti, mettendo a segno diversi buoni colpi, con un paio di potenziali ottimi singoli e un trittico finale validissimo: la ballata wave Inside my Orbit, lo struggente brit-pop di Technology e la sognante malinconia della conclusiva Higway Again, con vaghi rimandi ai War on Drugs dell’ultimo Lost in the Dream, rappresentano sicuramente l’apice di un buon album che va lasciato sedimentare e piacerà sicuramente al proprio pubblico di riferimento.
Amazon
