Recensioni

6.5

Da quando la macchina Dream Syndicate si è rimessa in moto, è stato come se quanto rimasto in sospeso nella lunga parentesi di silenzio discografico – quasi trent’anni, da Ghost Stories del 1988 a How Did I Find Myself Here? del 2017 – intendesse testimoniare assieme al bisogno di accadere anche l’evoluzione perduta. Se l’album del rientro in pista riprendeva sostanzialmente il discorso interrotto, tenuto conto di tutto l’ingolfamento provocato dagli anni ma anche della padronanza (musicale e, come dire, esistenziale), già These Times dello scorso anno lasciava affiorare derive e disarticolazioni strutturali che nel repertorio “classico” giocavano un ruolo importante ma non primario. Certo, nei Dream Syndicate la componente psichedelica c’è sempre stata, però la loro calligrafia era al contempo asciutta, incline a una spigolosità urbana sbrigliata ma ombrosa, come una scossa punk che si propagava tra i sentieri sabbiosi dell’Arizona e i marciapiedi cocainici delle metropoli, facendo i conti en passant col lato cupo del country-rock, con la pulsazione tumultuosa del RnB e con le digressioni febbrili del jazz più o meno free. Il risultato era un impasto che ben si prestava a farsi substrato dell’immaginario del leader Steve Wynn, intriso di rimandi letterari segnatamente noir. Ecco, quello schema oggi sembra essersi infranto, la componente narrativa pare ritrarsi per lasciare spazio a un estro sonoro tendente alla suggestione, alla reiterazione, all’innesco di un processo ipnotico il cui senso risiede anche (e soprattutto) nella capacità di trascendere testo e melodia. 

Wynn ha dichiarato che il metodo di realizzazione applicato a questo nuovo The Universe Inside (cinque tracce per circa sessanta minuti di durata complessiva) deve qualcosa a quello messo a punto da Teo Macero per lavori davisiani quali Bitches Brew e On The Corner, dischi nei quali la fase di missaggio dei nastri giocò un ruolo cruciale, assimilabile a quello di un montaggio cinematografico, una sorta di composizione ulteriore (una ri-composizione) del corpo sonoro che però trasferiva in questa modalità per molti versi ingegneristica aspetti di improvvisazione, di “composizione istantanea”. 

Nel caso di The Universe Inside si compie quindi una rimodulazione dei pesi di scrittura, esecuzione ed editing, che fanno arretrare la presenza della band a vantaggio di un prodotto finale tanto vivido e abbacinante quanto – ahimé – sensibilmente distaccato, ancora freddo di laboratorio. Ebbene, sì: mi duole dirlo, si tratta di un esperimento – ma potrebbe invece, come accennato, trattarsi della tappa di un percorso – senza dubbio interessante, soprattutto se teniamo conto della storia e del presente di questa band, ma che può dirsi solo parzialmente riuscito. Il motivo va forse ricercato in un difetto d’impostazione: mentre nel caso di Miles si trattava di riorganizzare un magma espressivo batterico, policefalo, volutamente eccessivo per approdare a una forma strutturata secondo modalità industriali sempre più definite (eppure incapaci di domare quel crogiolo semantico così intenso e divergente), il linguaggio dei Dream Syndicate può contare su una batteria di “voci” ben più limitata, che al più finisce per rifarsi al motorismo kraut nel quale finisci per avvertire un retrogusto didascalico (vedi soprattutto la lunga The Regolator, flusso liquido, radiante e rugginoso in cui convergono armonica, sitar elettrico, arpeggi di corde e tastiera al servizio del talkin catramoso di Wynn), amplificato dagli ottoni fin troppo eleganti e ordinati di Marcus Tenney.

Sia chiaro: è un disco che – per l’idea complessiva, per l’ispirazione, per l’intensità che trasuda  – merita ampiamente la sufficienza, perché al senso di rigidità progettuale (che torna nella strumentale Disting Off The Rust, malgrado il buon estro funk e i ghirigori arguti di tastiere) si affianca la ben nota capacità di apparecchiare trame fosche e trascinanti, come ad esempio Apropos Of Nothing (le tastiere calde di Chris Cacavas, la pedal steel scivolosa, il tremolo spinto e certe iridescenze Eno, tutto un groviglio country rock nel cuore di un delirio robotico) o la trepida (All That’s Left Is) The Longing col suo passo più blando infestato di miraggi liquidi e fregole spacey (sembra persino di avvertire qualcosa del Lazarus bowieano nel senso di resa dei conti con la memoria).

La conclusiva The Slowest Rendition s’incarica di gettare un ponte tra le “sponde” suddette: non a caso composta di due parti o movimenti, prima pennella una scenografia aerea di tromba e brontolio wave-psych (il pensiero va all’innesco fusion – ancora davisiano – di In A Silent Way) su talkin’ assieme teso e laconico, quindi sgrana una melodia accorata, pure se limitata a un’invettiva abbastanza stanca, il sax a contrappuntare e le chitarre in vena di appiccare incendi prima di andare a spegnersi in un crepuscolo mellifluo.

Non sarà certo questo disco a farci smettere di rallegrarci per il ritrovato stato di forma di una delle band cardine del Paisley e oltre, ma resta il senso di esercizio defatigante (di sfizio, se preferite) che ha tentato di farsi linguaggio fermandosi allo stato di metodo, con qualche vampa intrigante che rende soltanto piacevole un’operazione mossa da ben altre ambizioni.

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