• Mag
    03
    2019

Album

ANTI-

Add to Flipboard Magazine.

Che i Dream Syndicate, tornati a calcare palcoscenici nel 2012, fossero molto più interessanti di quanto non siano in genere le vecchie band colte da sindrome di reunion, ce n’eravamo accorti col buon album di inediti How Did I Find Myself Here? del 2017 (il quinto, a quasi trent’anni da Ghost Stories) nonché dalle esibizioni per il relativo tour. Ricordo benissimo le sensazioni post-concerto del Locomotiv, ottobre 2017, quando sferragliarono per circa due ore lasciandomi lì, incapace di distinguere la linea di demarcazione tra mestiere e sacrosanta incandescenza rock’n’roll. Salvo poi, a bocce ferme, convincermi che il punto sta proprio lì, nella capacità di far coincidere le due cose, lo show e l’epifania, intrattenere il pubblico mettendo sul piatto (sul palco) espedienti, tecnica, esperienza, senza mai smettere di giocare la partita col fantasma dell’elettricità che mette a repentaglio ossa, coronarie e tutto il resto. Un gioco, sì, ma dannatamente sul serio.

Con tutto ciò, ammetto di avere provato non poco stupore alla notizia di un nuovo album firmato dalla band losangelina. E di avere, ebbene sì, temuto: tra le molte regole di quel mestiere che dicevamo, la famosa “batti il ferro finché è caldo” è tra le cause principali di innumerevoli mostriciattoli che preferiremmo cordialmente dimenticare. Ma, diciamolo subito, non è questo il caso. Da dove iniziare quindi, per dire di These Times? Intanto, dal titolo che fa ancora i conti col divenire, come già in un certo senso il predecessore e se vogliamo come l’esordio-capolavoro The Days Of Wine And Roses. Come quelli però l’ultima fatica non perde tempo (appunto) a piangersi addosso o sbrodolarsi in nostalgie a gratis. Anche perché ha un vantaggio non da poco, la scrittura di Wynn: non è mai stata davvero giovane, si è sempre mossa in un immaginario – come dire? – letterario, capace di dislocare l’io narrante lungo linee narrative cariche di tensione e oscurità che eccedono il reale, restituendolo sotto forma di epica noir, con ampi tratti di guittezza e romanticismo spiegazzato, col disincanto tipico di chi ne ha viste più di quanto una vita dovrebbe permetterti (ma una vita moltiplicata da libri, film, canzoni invece sì).

Insomma, le sue canzoni sono sempre state dove sono adesso, perciò non sembrano davvero invecchiate. Se il Dylan di My Back Pages confessava sinceramente di essersi lasciato alle spalle la vecchiaia (armeggiando con le chiavi dell’eternità), Wynn e compagnia non hanno motivo di voler sembrare diversi da ciò che sono sempre stati. Perché dovrebbero? E questo malgrado le dichiarazioni di Wynn che situa in Donuts di J Dilla una delle fonti d’ispirazione dei nuovi pezzi. In effetti, la presenza di sequencer e drum machine può far alzare più di un sopracciglio, ma non si tratta di una rivoluzione dell’assetto sonoro quanto di rimodulare un immaginario che da sempre è popolato da tutto ciò che concorre a renderlo evocativo, si tratti di funk, jazz, psichedelia o anche kraut con relative pulsazioni motoristiche. Del resto, è ben evidente lo schema tattico: se Dennis Duck e Mark Walton costituiscono un motore puntuale senza smanie di protagonismo, Jason Victor da un lato e Wynn dall’altro sono l’argine di filo spinato (elettrificato) in mezzo a cui s’infila la voce, quel tipico canto laconico in bilico tra recitato e invettiva, una vena aperta più di sconcerto che di rabbia, il tutto puntellato e asperso dalle tastiere variamente acide del sodale – e, val la pena ricordare, già Green On Red – Chris Cacavas.

Avrete forse capito dove intendo arrivare: mentre del rock si celebra un interminabile funerale (interminabile ovvero infinito, un lungo crepuscolo al sapore d’immortalità) che consente a qualcuno di sancire l’obsolescenza della chitarra, These Times arriva a dirci che tra le mille sfaccettature di un presente liquido, nella simultanea compresenza di forme e repertori, il rock chitarristico è una storia con pieno diritto di cittadinanza, tessera cruciale (come ogni tessera di qualsivoglia puzzle) del qui e ora, in questo tempo appunto di cui ha l’ambizione legittima di raccontare umori, timori e irrequietezze profonde. Con una formula vecchia e perciò – perciò – abile e arruolata, scoria arricchibile, agente di un composto reattivo ancora capace di mutazioni, di provocare sballi, euforie e illuminazioni, a patto ovviamente di azzeccare le giuste dosi, come Wynn e compagnia – magari facendosi ispirare pure da un J Dilla, perché no? – sanno fare.

E sanno fare bene: dal rotolare febbrile à la Wire di Put Some Miles On ai R.E.M. altezza Monster di Space Age, dalla processione funk striata di slide e vibrazioni robotiche di Black Light (“Trick the body but the mind won’t follow/The mission is mighty but the foundation is hollow”) a quella più dinoccolata e segnatamente black di The Whole World Is Wathcing (“It’s hard to pull a diamond/From a hurricane/Feather from the rising tide/Everything is wrong/Differentiate the sides”), passando da congegni melodici a pronta presa (ma dal cuore nerastro) come Bullet Holes (“Walking on gilded air/Down the boulevard without a care/Something reminds me/Nothing left to bind me”) e della più incalzante (e insidiosa) Recovery Mode.

Prodotto da John Agnello (Sonic Youth, Dinosaur Jr., Okkervil River, Kurt Vile…), These Times non è solo un disco che conferma la buona e ritrovata (anzi: resuscitata) vena del predecessore, ma la rilancia in territori intriganti, dove il mestiere e l’incandescenza del rock’n’roll si fronteggiano scambiandosi quel ghigno che può significare tutto e il suo contrario. Come già l’operazione 3X4 – l’album di cover reciproche assemblato con Bangles, The Three O’Clock e Rain Parade – mi piace pensarlo come risposta (tendente al dito medio) a una certa visione degli 80s che tende a escludere dal quadro il Paisley Underground, con tutto il suo portato di acidità volitiva, il suo sfarfallare misterioso e sfrigolante, le ramificazioni traditional che riaffiorano come fulmini al contrario, un’eredità che vive in quel rock che si ostina a esserlo (ce n’è eccome) e continuerà a farlo malgrado il filtro di una rilettura storica che tende a enfatizzare i prodromi dell’attuale egemonia pop. 

Se esiste oggi una generazione che “il rock è vivo e lotta assieme a noi”, i Dream Syndicate potrebbero esserne tra i più legittimami padrini.  

30 Aprile 2019
Leggi tutto
Precedente
Maria Faust, Tim Dahl, Weasel Walter – Farm Fresh
Successivo
J. J. Cale – Stay Around

album

recensione

The Dream Syndicate

How Did I Find Myself Here?

recensione

album

artista

Altre notizie suggerite