Recensioni

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Futureheads sono uno di quei gruppi marchiati a fuoco dalle chitarre fiammanti e dai ritornelli catchy, manna dal cielo degli eroi indie dei Duemila. Sembrava filare tutto liscio fino a quando Rant non ha creato uno strappo col passato, cancellando con brani a cappella il furore rock dei britannici. A quindici anni dall’esordio eccoli tornare, con un po’ di nostalgia, all’impeto degli inizi: Powers ha lo stesso effetto rétro che sortisce l’ultimo dei Ra Ra Riot, scegliendo una strada opposta a quella di Melina Mae Duterte, in arte Jay Som.

Il succo del discorso è presto detto: si riesce a fare del sano indie senza rimanere incastrati al cambio di millennio? Per la Duterte sì, mentre per le due band angloamericane indie la questione è ben più complicata. Nonostante l’appeal rimanga pressoché intatto, emerge quell’affanno del tempo che, per esempio, mantiene intatta la patina Blur di Across The Board o rende ridondante la conclusiva Mortals.

Parlavo qualche recensione fa di una sorta di sindrome proustiana che aleggia in gran parte degli studi di registrazione in cui le band dell’ondata indie deli anni zero tornano, soprattutto dopo qualche periodo più o meno lungo di inattività. Più il tempo passa e più sembra evidente che – eccezion fatta per le nove e più vite degli Arctic Monkeys – pochissimi di quei gruppi riescono a sconfiggere la dura prova del tempo.

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