Recensioni

7.2

Se fosse uscito un anno prima avremmo certamente inserito un brano di Home, Like Noplace Is There degli Hotelier all’interno della compilation Emo e dintorni 2013. Un album, quello degli americani guidati da Christian Holden, che con ogni probabilità passerà alla storia – alla stregua di Whenever, If Ever dei The World Is a Beautiful Place… – come uno dei momenti cardine di tutto il movimento emo-revival degli anni Dieci.

Gli Hotelier si fanno cantori di un mondo che non è solamente quello della provincia americana, dei kids annoiati e abbandonati da una società distratta e crudele, ma è anche – e soprattutto – quello del dialogo continuo con gli elementi naturali del territorio e quello di una profonda filosofia anarchica, studiata, analizzata e attuata sia da Holden che dal chitarrista Chris Hoffman. Concettualmente ed esteticamente siamo però lontanissimi dal mercificato stereotipo dell’anarchico punk: un certo grado di ribellione al sistema ovviamente è presente, ma le basi dell’Holden-pensiero ruotano attorno ad azioni costruttive più che distruttive, legate al potere delle collettività in ogni ambito umano. In particolare il frontman ventiquattrenne si fa portavoce attivo di teorie DIY-learning per un’educazione slegata dalla didattica scolastica, portando avanti diverse attività in parte condivise con lo spazio autogestito (lo Starship a Worcester) in cui vive da qualche anno. Tra le altre cose, Holden è fedele all’etica straight edge (nonostante le apparenze, chi li ha visti live può confermare) e simpatizzante per Jill Stein (Green Party).

Anche la stessa etichetta di punk è assolutamente limitativa, specialmente se applicata al nuovo album Goodness: nel successore di Home, Like Noplace Is There spariscono quasi completamente le sferragliate pop-punk e la tendenza all’urlo di Holden. Nasce così un lavoro meno drammaticamente spleen-friendly, un lavoro fondamentalmente indie rock che, una volta digerito un passato musicalmente più sfrontato e aggressivo, non ha paura di confrontarsi con l’esteso e controverso mondo del pop-rock. Ed è qui che le teorie anarchiche trovano spazio anche a livello strettamente musicale: quello che superficialmente può essere visto come un ammorbidimento è in realtà il sintomo di un’assoluta libertà espressiva, fuori dai canoni dell’emo o di qualsiasi definizione di genere. Holden è stato chiaro su questo punto: «I wanted to make something that wasn’t dark and wasn’t heavy, but was sort of lighter, and had a sort of more holy feel to it», ovvero come scrollarsi di dosso in un attimo tutta la retorica dell’emo revival, dei feelings e di tutto l’alone cool/hype/poser che negli anni si è generato. Una libertà assoluta che si traduce anche nella possibilità di suonare a primo impatto imprecisi. Si prenda l’ottimo singolo Piano Player in cui alla conclusione dell’iperdinamico riff iniziale il missaggio sembra perdere il controllo lasciando voce, chitarre e batteria fluttuare nel vuoto, o ancora, si prenda la scelta di non inserire in tracklist un brano eccelso come Goodness pt. 1 (utilizzato come album-trailer) sostituendolo con la sua versione trasfigurata e incompiuta (Goodness pt. 2). Il fascino della predilezione delle cose apparentemente senza senso sfocia poi in tre interludi tra poesie, field recordings e sperimentazioni a presa diretta, con delle coordinate geografiche al posto del titolo: N 43° 59′ 38.927″ W 71° 23′ 45.27” (sperduti e sconfinati boschi del New Hampshire), N 43° 33′ 55.676″ W 72° 45′ 11.914 (una fattoria sulla riva di un laghetto nel Vermont) e N 42° 6′ 3.001″ W 71° 55′ 3.295″ (una sorta di cava a sud di Worcester). «Luoghi assolutamente insignificanti per chiunque tranne che per me», chiarisce Holden.

Idealmente a metà strada tra le aperture grandiose dei The World Is A Beautiful Place & I Am No Longer Afraid To Die e il tiro energico dei Modern Baseball, gli Hotelier con Goodness hanno creato un microcosmo vagamente bucolico composto sì da anthem corali, ma anche da parecchi passaggi più introspettivi, accompagnati da chitarre acustiche e da poco altro. Un mood calmo ma fuori equilibrio che incontra alcune sfumature dei primi R.E.M. e, soprattutto, le atmosfere dei Neutral Milk Hotel. L’album, che come Tired of Tomorrow dei Nothing inizialmente doveva avere l’appoggio della Collect Records di Geoff Rickly, abbandonata in seguito allo scandalo-Shkreli, ha diverse frecce nel proprio arco. Sicuramente Piano Player, sicuramente Soft Animal (brano dai tempi giusti tra melodie e cori che, se le cose fossero andate diversamente, avremmo forse potuto trovare nei dischi dei My Chemical Romance) e altrettanto sicuramente Settle The Scar, non recentissima traccia dalle dinamiche twinkly, impregnata di tensione liberatoria e caratterizzata da micro esplosioni strumentali. Altro tema costante del disco è l’attaccamento alla vita durante la vecchiaia, a partire dalla rischiosa copertina (un nudo di alcuni adepti alla AARP, American Association of Retired Persons), passando per la stessa Piano Player (narra gli ultimi giorni di vita di un’anziana donna) e finendo con Opening Mail For My Grandmother, una delle numerose sghembe ballate nonché toccante tributo di Holden alla nonna attualmente in una casa di cura («We’ll sing your good graces when they come for you. But until that day’s here I’m coming for you»). Altre ballate su un finale di album in cui si intensificano i sentori R.E.M: Fear of Good, basata principalmente su piano e voce, e End of Reel, lentone intervallato da schizzi screamo.

Goodness si presenta come album di transizione nella sua accezione più alta: è sia un chiaro passaggio verso altri lidi (grandiosi? perché no) sia un disco che brilla di luce propria, assolutamente meritevole anche se decontestualizzato dal percorso discografico della band.

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