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100

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In un 2016 che non sta assolutamente difettando di grandi lezioni su cosa voglia dire fare indie rock (Car Seat HeadrestAngel OlsenMitskiHotelierPinegrove…) può valere la pena spendere due parole anche su quelli che sono i riferimenti, gli atteggiamenti e le sonorità che vorremmo venissero evitate in un ambito che mai come in questi tempi necessita di (nuovi) punti di riferimento. Per farlo, trattiamo brevemente tre album di recente pubblicazione: 100 degli HunnaThis Album Does Not Exist dei Dreamers e Blossoms dei Blossoms.

Gli Hunna sono un quartetto dello Hertfordshire al lavoro fin dai primi tempi con il produttore Tim Larcombe (Lana Del Rey, Halsey). Vere e proprie star a livello locale, Ryan Potter & co stanno rapidamente ampliando il raggio d’azione a livello nazionale, grazie anche ad un tour di spalla ai Coasts, anche loro freschi di un pessimo esordio. Il debutto lungo degli Hunna si intitola 100 (hunna in slang significa proprio cento) e suona principalmente come un pretesto per dare sfogo ad un egocentrismo dilagante. Li vedi nei videoclip e sembrano suonare per divertirsi, poi osservi meglio le mosse e le espressioni e diventa lampante che gli obiettivi sono altri: il poseraggio è estremo, tanto che sembrano i protagonisti di una qualche campagna pubblicitaria, più che di un video musicale. Il tutto è infarcito da un immaginario da bulli romantici (per intenderci, utilizzano i soprannomi VALENTINO, BANDANA-DAN, IK  e THE PRINCE) altamente ridicolo.

Comunque ben prodotto ed impacchettato, il loro generico incrocio tra indie e sonorità più muscolari (che potrebbero trovare apprezzamenti anche tra i tamarrocker) in realtà non è altro che un rock di base che potremmo ascoltare origliando in una qualsiasi saletta prove o che potremmo subire durante un qualsiasi contest di musica emergente aperto a cover band e non. Un frullato energico teen-friendly basato su power chords, su qualche arpeggino indie e soprattutto su un impeto vocale perennemente alla ricerca dell’anthem (o nei peggiore dei casi, dei cori da stadio, come in We Could Be). Inoltre, testi come «We are wild and we are free» (in You & Me) o «And be young, and be free» (in Be Young) hanno un senso quando escono, ad esempio, dal wasted punk rock dei Beach Slang ma non quando provengono da contesti indie rock da X Factor come quelli degli Hunna.

Logo super cheap, capelli curati e impomatati e attitudine da belli & dannati. Così si presentano i DREAMERS, trio newyorkese che da poco ha esordito con un disco che ha un titolo che è tutto un programma: This Album Does Not Exist. Come abbiamo potuto intuire da un breve showcase (acustico) in-store a Seattle davanti ad un pubblico da boy band, e come abbiamo poi potuto verificare durante l’ascolto dell’album, siamo di fronte a un progetto dalle velleità artistiche pressoché nulle. Non sono certo i primi che sembrano fare musica inseguendo un sogno fatto di sesso, droga e, se proprio capita, rock & roll, ma in questo caso la componente musicale passa realmente in secondo piano. A fare da contorno a testi (a tratti tagliati con una sorta di ironia) che non vanno tanto oltre temi superficiali come festini e groupies, abbiamo un indie pop-rock che sembra uscire da un frenetico zapping di qualche stazione FM “alternative”. Coretti e ritmiche saltellanti in Never Too Late To Dance, dinamicità nella passabile Drugs – «looking for the rad life. Fast. Want it now. Don’t wanna think for ourselves. we’re just millennials», con retrogusti Weezer (Sweet Disaster) e Phoenix (Wolves (You Got Me) – e sporadiche incursioni nell’indietronica da high rotation (Cry Out For Me).

Certamente meno fastidiosi e con un gusto pop più eterogeneo e contaminato, gli inglesi Blossoms tornano sulle scene con l’omonimo disco di debutto ad un anno di distanza dall’EP Charlemagne, recensito su queste pagine con un briciolo di scetticismo («i nuovi eroi della musica inglese sono altrove»). Tra richiami alla stagione d’oro del brit-pop, alle melodie di Alex Turner e al pop frivolo macchiato di tanto in tanto di schemi white-r&b/funk, Tom Ogden e compagni anche su formato lungo dimostrano di sapere scrivere canzoncine tanto piacevoli quanto poco incisive. Probabilmente i commenti di Jason Williamson (Sleaford Mods) espressi in un dissing via Twitter sono eccessivi («Blossoms sound like Savage Garden», «Boardroom kiss arse blue tick wankers», «catalogue band bollocks»…), ma rendono bene l’idea: in modo simile ai più deplorevoli Catfish and the Bottlemen (o ai Circa Waves), anche la band di Charlemagne si fa portavoce di un brit-indie pop vacuo, inoffensivo e anonimo.

Voti:
The Hunna – 100 : 4.5
DREAMERS – This Album Does Not Exist: 4.7
Blossoms – Blossoms: 5.7

21 settembre 2016
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