Recensioni

7.2

Ormai i bei dischi in vecchiaia non sono più una novità (almeno da New York di Lou Reed, Freedom di Neil Young, 1. Outside di David Bowie, Time Out Of Mind di Bob Dylan) e i Jayhawks si lasciano alle spalle qualche difficoltà recente facendo quello che sanno fare meglio: Americana, si chiama, benché quello che ne viene ritenuto l’inventore (o uno degli inventori, Dan Stuart dei Green On Red) dica di odiare il termine e soprattutto il concetto, con tutto quello che di “conservatore” implica.

Riunitisi qualche anno fa con il ritorno di Mark Olson per il notevole Mockingbird Time, i Nostri devono fare i conti col nuovo abbandono del cantante, uno dei due leader della band. Ma l’altro, Gary Louris, risolto qualche problema personale, è in piena forma, e il gruppo con lui. Con questa formazione, infatti, la band aveva registrato i tre dischi a cavallo del 2000, nei primi due dei quali era stata azzardata qualche deviazione pop, qualche inserimento di elettronica, apparentemente fuori luogo in un gruppo così roots capace di mantenere alto il nome del folk rock USA anche in epoca grunge.

Qui invece è tutto coerente, e i tocchi di elettronica di Pretty Roses In Your HairAce sono misurati e riescono semmai a movimentare il flusso di un album che viaggia sulle tipiche highways mentali e stilistiche americane: dall’incipit di Quiet Corners & Empty Spaces, che gli spazi ampi li evoca davvero, a una Lost In The Summer che mescola campagna USA e glam, al mid tempo delicato di Lovers of the Sun, fino all’intensità di Comeback Kids (che nel suo raccontare un viaggio in aereo è quella più vicina al concept della copertina), fino alla corsa di The Dust of Long-Dead Start, la cui forza e il cui piano liquido nel finale rimandano alla Descent Into The Maelstrom dei Radio Birdman. Senza dimenticare, nel percorso, le consuete assonanze Dylan, west coast varia (nei cori) e tutto il bagaglio di tradizione che i Jayhawks si portano dietro da sempre.

E non importa se in Isabel’s Daughter i Nostri sembrano degli XTC poco ispirati, o se si colgono uno o due passaggi un po’ più deboli: quello che conta, per un gruppo come questo – classico al punto da essere stato fuori tempo praticamente sempre – non sono improbabili rivoluzioni stilistiche. Qui basta una penna in forma e la co-produzione attenta di uno spirito affine come Peter Buck dei R.E.M. che la assecondi, per chiudere con successo.

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