Recensioni

6.2

“Grande Giove!”, il garage rock col quale abbiamo conosciuto gli Strokes ha cambiato decennio, assumendo la forma dell’ennesimo revival degli anni Ottanta. Tutti, più o meno, ricordiamo l’impatto di Is This It, soprattutto in quanto antesignano di quell’indie di inizio Duemila da cui quasi tutti hanno attinto, Interpol e Arctic Monkeys in primis. La New York di quei ventenni della upper class cittadina era ancora scossa dall’11 settembre, tanto che New York City Cops ebbe qualche problema a uscire. Nonostante le polveri del World Trade Center faticassero a diradarsi, il quintetto s’imponeva, col suo intreccio di chitarre e una sezione ritmica tanto essenziale quanto efficace, a un pubblico underground del tutto consapevole di guardare alle major non più con fare cagnesco.

Loro, gli Strokes, alle case discografiche son sempre piaciuti. Sarà per quel pop fin troppo radio friendly e quelle melodie che resistevano all’effetto citofonato in stile lo-fi, o magari perché l’appeal visuale di musicisti e copertine dei dischi faceva il paio con un’immagine da bad boys belli e dannati che, girate le spalle alle famiglie, trovavano sfogo nella musica. Al di là di tutti questi elementi che hanno contribuito al riverbero di quel colpo iniziale, la quadratura del cerchio arrivò con Room On Fire, un classico esempio di come tutto possa essere al suo posto. Era il 2003 e il quintetto statunitense offriva una mezz’oretta di rock senza fronzoli, ma pur sempre patinato. Mentre i Radiohead tornavano alle chitarre, i Muse puntavano al continente e il pop e hip hop si contendevano le classifiche, c’era un mondo che a velocità sostenuta avrebbe di lì a poco incrociato My Space, i social e Spotify. Un segno dei tempi che ha avuto un impatto fortissimo sulla musica, e sarà anche per questo motivo che quegli Strokes non torneranno mai più. Non solo, a dispetto di molti colleghi i newyorchesi mostreranno un’inclinazione tutt’altro che stacanovista riguardo al tempo da passare in studio. Infatti, First Impressions of Earth – che arriva nel 2006 – è il terzo disco della non-consacrazione e bisognerà aspettare ben cinque anni per il suo seguito. Angles ha creato un hype importante in quel 2011 segnato da Adele, Gaga e Pj Harvey, ma si è esaurito nell’arco della durata di Under Cover Of Darkness, un tranello fatto di chitarre che ha anticipato un album pieno di nostalgia per gli anni Ottanta, a partire dalla copertina. Due anni di tour portano a Comedown Machine: artwork rétro e sound ancora pienamente classic disco fotografano una band che subisce l’affronto di spalle girate da critica e persino da qualche fan.

Eccoci, dopo sette anni, a The New Abnormal. Un album ibrido che mette Basquiat in copertina e cerca di rincorrere l’ispirazione d’inizio millennio: affida la produzione all’eclettico Rick Rubin e ritorna al futuro di quel decennio in cui si pensava di poter scorrazzare su e giù nel tempo. Ma siamo nel 2020, e la verità è che questi Strokes sono certamente più credibili di quelli degli ultimi due album, a partire da Casablancas che relega il falsetto a qualche episodio. Interessanti i fraseggi delle chitarre, fulcro imprescindibile di un’alchimia che rende Hammond Jr e Valensi protagonisti sin dall’iniziale The Adults Are Talking. Prende quota, The New Abnormal, in uno dei pezzi meglio riusciti come Brooklyn Bridge To Chorus. Pesca qui e lì, soprattutto nel caso di Billy Idol e della sua Dancing With Myself, citata in Bad Decisions. La macchina Strokes macina riff e relega in fondo alla tracklist due brani piuttosto ispirati (Not The Same AnymoreOde To The Meds). Ciò che rende il sesto disco della band qualcosa che va oltre il puro divertissement è un ritrovato bisogno di far quadrare le cose (Eternal Summer). In questo senso, avremmo potuto fare a meno almeno dei due scorsi episodi discografici.

Probabilmente la corretta trascrizione del titolo sarebbe stata The New (Ab)Normal, perché si tratta di una normalità rinnovata, che in alcuni casi (fascinazioni Daft Punk comprese) risulta quasi avulsa dalla condanna dei corsi e ricorsi storici. Detto questo, è evidente che agli Strokes non si può chiedere altro, e la loro onestà in The New Abnormal è rappresentata dal tentativo di non rinunciare totalmente a quello che piace fare al quintetto. Che questo possa incontrare e far ricredere detrattori e fan delusi è tutto da vedere. Qualcuno scrive che questo disco è ben lungi da essere il Tranquility Base Hotel & Casino degli Strokes, e allora la domanda sorge spontanea: riuscirà il maestro superato dal talentuoso allievo a pareggiare i conti? Non per adesso, ma non interrompere l’ascolto a metà tracklist è un buon inizio.

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