• ago
    28
    2015

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Republic Records

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Lo strano caso di Abel Tesfaye potrebbe facilmente assurgere a paradigma di quello che, negli anni fra il 2011 e il 2014 (con strascichi ancora oggi), abbiamo definito crossover stilistico fra mainstream e indie. Siamo consapevoli che di indie (nel vero senso della parola) The Weeknd non ha mai avuto moltissimo, tutto preso a sperimentare e distorcere in prospettiva retro futurista l’r&b tradizionale. Eppure, la sua storia, quella del ragazzo misterioso, dalla strana capigliatura, che grazie a un giro di amicizie importanti (quella di Drake in particolare) si guadagna un posticino nel music-biz, è emblematica. In tre, quattro anni il suo nome è passato dall’essere sinonimo di “nessuno” a “macchina sforna hit” e il ragazzo ha avuto vita facile a mettere in piedi una serie di feat. vincenti (Love Me Harder con Ariana Grande, forse quello più riuscito), collaborazioni con il cinema (Hunger Games, Fifty Shades Of Grey) e due dischi da hit parade (Kiss Land e, con ogni probabilità, questo Beauty Behind The Madness).

A che prezzo però? Se solo provassimo ad accostare Trilogy – il primo disco ufficiale del musicista canadese, che raccoglie il materiale dei primi tre mixtape – al nuovissimo album, vedremmo non solo un’evoluzione musicale di The Weeknd (dai suoni e dalle lyrics sporche, garage, eccessive in ogni loro sfaccettatura), ma proprio la deriva di un genere (su cui, fra l’altro, uscirà a breve una playlist su queste pagine) che, in questa declinazione, non può sopportare le pareti chiuse di una cameretta, le sfaccettature intimiste di un James Blake, le inflessioni autoriflessive di un Burial o semplicemente le peripezie acrobatiche di una FKA Twigs. Non sappiamo e non ci interessa sapere se Abel Tesfaye abbia mirato al mainstream dal principio o se ci si sia ritrovato giocoforza, ma quel che è certo è che ha dovuto lavorare con materiale (l’r&b emozionale) che forse aveva già esaurito il da dirsi e sul quale, molto comodamente, si è adagiato.

Basterebbe questo a giustificare il voto in pagella per Beauty Behind The Madness, ma bisogna anche contestualizzare il prodotto e ricordare che, quasi in ogni occasione, The Weeknd è stato guardato con un doppio sguardo: quello dell’ascoltatore o critico più o meno deluso dall’uscita di Kiss Land in poi e quello della ragazzina americana media, che, invece, proprio da lì, ha cominciato ad amarlo. Consci di questo, si può capire come l’uscita del singolo Can’t Feel My Face, un brano azzeccato, che quasi ricorda un incontro immaginifico fra gli Hot Chip e Justin Timberlake, avesse fatto ben sperare entrambe le parti sopracitate.

Sarebbe stato sbagliato aspettarsi un album di brani dall’appiglio simil funk, come il singolo di cui sopra, ma il dispiegamento di forze emo-tive, emo-zionali, senti-mentali, melense, in altre parole, noiose, è effettivamente ingombrante. Quello che di The Weeknd era il miglior pregio, ovvero il suo vivere ogni nota come la più disperata necessità dell’esperienza della stessa, è diventato un peso: la voce calda e caratteristica di Tesfaye è messa al servizio di testi il cui bollino “explicit” serve solo per avvisare della presenza di qualche “screw” o “fuck” qua e là. Manca, in pratica, l’urgenza, l’irruenza emotiva degli esordi, alla quale, però, non fanno seguito una maturità di sperimentazione sul pezzo o derive particolari, ma una normalizzazione di cui, onestamente, non si sentiva il bisogno. Questo non significa che il disco che abbiamo sotto mano non sia un ottimo prodotto, a livello di produzione. Tell Your Friend, il brano prodotto da Kanye West, è un’onesta (anche se sterile) possibile (retro)hit soul; Real Life e The Hills sono gli urban landscape in cui Abel ammette di trovarsi a competere in un mondo crudele, quello dello star system, pur cercando di lasciare intatte le sue radici; Losers, con il feat. del britannico Labirinth, sembra tirata fuori dagli anni ’70 o da qualche archivio della Motown, con languidi riferimenti al suo mentore Drake: nel brano serpeggia una critica diretta al mondo dell’istruzione per cui “they can’t teach what they can’t prove”.

Lasciandoci alle spalle l’esperimento poco riuscito e chiaramente a semplice scopo di lucro di Earned It (composta per Fifty Shades Of Grey) e la discutibile ballad per sola chitarra Shameless, l’album si chiude con i feat più attesi: Ed Sheeran e Lana Del Rey. Il primo concepisce, in pratica, un brano ottimo per il proprio repertorio (tutto schitarrate stoppate e voce soul) che, però, nulla aggiunge a quello del musicista di Toronto; la seconda è, invece, complice di un brano electro r&b come ne avremmo voluti sentire tanti in questo disco: molto più diretto, con meno orpelli e giri vocali inutili.

In definitiva, Beauty Behind The Madness è un disco il cui fallimento ci dice molto di più sui destini del nuovo r&b. Ci dice che si può percorrere questa strada emozionale e che, probabilmente, paga molto di più rispetto a quella più cervellotica, ma di sicuro, è una strada che stanca con facilità. L’evoluzione di The Weeknd, d’altro canto, ha dell’affascinante e, malgrado la produzione altalenante e le strade imboccate, siamo sicuri che continuerà a far luce su un personaggio da tenere sotto stretta osservazione.

2 settembre 2015
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