Recensioni

6.5

Dobbiamo essere sinceri. All’uscita del secondo singolo Mare Balotelli, la tentazione di archiviare definitivamente in un cassetto l’esperienza dei Thegiornalisti è stata forte. Un brano inutile, facilone, col testo che sciorina volutamente luoghi comuni, trasformando l’intera operazione in un luogo comune a sua volta. È vero, i Thegiornalisti hanno questa antipatica propensione (che fu baustelliana e successivamente di tutto il cantautorato da Brunori in su) ad accentuare le citazioni, sciorinare i brand e, soprattutto, concepire il mondo in chiave nostalgica rispetto ad un passato (che probabilmente non hanno mai vissuto) migliore del presente. È una cosa che non va giù, malgrado sia stato dimostrato che può essere controllata.

A beneficio di chi non conosce i Thegiornalisti, è opportuno sottolineare che questo nuovo Fuoricampo è un disco di svolta, perché stravolge lo stile chitarristico e strokesiano, in piena devozione ai Sixties o, se volete, ai 00s, dei Libertines. Fuoricampo è il regno del synthpop, quello magniloquente e ingombrante degli anni Ottanta, quando tutti si giocava coi capelli cotonati e le tastiere Roland. L’operazione non è banale, sebbene di poco fuori coi tempi, che già abbandonano gli Eighties (ricordate i Drums?) per altri lidi. Ad ogni modo, non è banale, si diceva, perché il recupero sta non tanto (ma anche) nei mostri da classifica internazionale tipo Duran Duran, Simple Minds o Eurythmics, quanto negli eroi di casa nostra che solo 30 anni fa si allineavano in maniera interessante con i sopra citati mostri sacri: Dalla in primis et super partes, ma anche Massimo Ranieri, Ivan Graziani, Franco Battiato, Antonello Venditti e Luca Carboni.

Se Mare Balotelli, dunque, è la fiera della banalità, non è così per tutti e dieci i brani di questo terzo disco della band romana. È come se, reduce da una carriera di chitarre e ritmi elevati, la band abbia avuto una sorta di rigurgito per la velocità e la classica canzone strofa-ritornello: sono questi, infatti, gli episodi meno riusciti, fra riferimenti (neanche troppo velati) ai Ricchi e Poveri in Fine dell’estate, e voci sguaiate che, a volte, smettono di assomigliare a Dalla per tornare a Carboni. Ma ci sono, nella cura dell’orchestrazione generale, anche episodi positivi: Per lei, che quasi ricorda i Future Islands, Promiscuità, che è l’opera maxima di citazione dalliana, Proteggi questo tuo ragazzo, che è al limite del plagio di Perdere l’amore di Ranieri, ma strappa un sorriso anche per questo, Aspetto che, che ha il beat giusto per ricordare il Battiato dell’Era del cinghiale bianco, come fosse cantato dal Bugo dei bei tempi andati.

Nel complesso, Fuoricampo è un disco omogeneo, pregno di riferimenti e spunti culturali su cui riflettere. Paga però l’eccessiva devozione nei confronti di Dalla in particolare, perché è bene ricordare che una cosa è l’ispirazione, un’altra è l’imitazione. Rimane da capire il perché di un cambiamento così repentino rispetto agli album precedenti, anche se, ci rincuora dirlo, una volta aggiustato il tiro, preferiamo questa veste.

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