• apr
    08
    2016

Album

4AD

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Con Virgins Tim Hecker aveva riavvolto le lancette del suo noise wagneriano in una timeline di meraviglie barocche per clavicembalo preparato e fiati, sintonizzandosi su l’una o l’altra modalità come avrebbe fatto l’amico Oneohtrix Point Never ma senza costruirci sopra altro che (la speranza di) un rapimento, o se vogliamo un uroboro sonoro a nostro uso e consumo.

Per Love Steams, una parte delle session sono avvenute a Reykjavik grazie all’aiuto di alcuni musicisti del posto e dell’australiano Ben Frost. Hecker come Frost, con cui abbiamo parlato proprio di questi temi qualche tempo fa, ha visto per lungo tempo la musica come qualcosa di accecante e luminescente con cui annientarsi dentro. L’annientamento come unica modalità per scorgere l’origine di un qualcosa di essenziale e profondo. Diversamente dall’amico, il musicista canadese ha scelto negli ultimi tre album di calare progressivamente non soltanto l’intensità complessiva, ma anche la densità e la pressione sonora delle sue composizioni, che si sono fatte più aperte a strumenti e partiture ma pur sempre manomesse, processate, smontate e ricomposte. In bilico tra massimalismo e minimalismo, la sua concentrazione e l’analisi si sono spostate su un passato lontano, mistico e virginale.

Dall’inizio dell’età moderna e del barocco di Virgins si passa dunque al secolo precedente in Love Streams, periodo che storicamente corrisponde ancora al medioevo di una musica altera e non congegnata per stupire. Una scelta che all’interno di un contesto discografico 4AD di lungo corso ha perfettamente senso, e pertanto non poteva esserci miglior esordio di questo del musicista sull’etichetta di gente come Cocteau Twins, This Mortal Coil, Dead Can Dance. Dall’impatto wagneriano di Ravedeath, 1972, Hecker è scivolato su modalità che lui stesso definisce via via più malinconiche ma, ancora una volta, la scultura sonora, tra rimpalli di analogico e digitale in un tutto organico, fa assumere a Love Streams caratteristiche ben più complesse di un tono o un umore. Interessante è il metodo applicato dal canadese, raccontato a The Fader, che è consistito nel farsi dare dal software Melodyne delle note da registrazioni di musica per coro del ‘500 (scovate in rete o da pubblicazioni, non è dato sapere), per poi darle successivamente in pasto ad asettiche tastiere digitali altezza metà Novanta, facendole in seguito ascoltare al compositore islandese Jóhann Jóhannsson che, a sua volta, le ha arrangiate e adattate. Il fatto che soltanto quattro tracce in scaletta presentino voci riconoscibili e non sciolte, come direbbe lui, nella digital soup, è dovuto alla decisione di lasciare “in chiaro” le voci di un vero coro (quello dell’Icelandic Choir Ensemble) sopra al mix, ottenendo così uno spazio sonoro dove la distinzione tra umano, macchine e strumenti percettivamente esiste, ma è puramente illusoria. Music Of The Air è magnifica in questo senso, solenne e circondata da un disadorno fascino barocco, molto 4AD appunto. L’impro di “chitarra elettrica con puntello jack”, sul finale di quella traccia (e che torna anche in altri punti del disco), sembra aggiungere un tocco ironico à la Daniel Lopatin, e questo è soltanto uno dei tanti indizi di un disco tutt’altro che monolitico dove i synth e il titolo della doppietta Violet Monumental fanno riferimento al colore dominante della power ambient del citato Frost di A U R O R A, così come il clavicembalo di Voice Crack si riallaccia al discorso “da camera” di Virgins. Discorso a parte invece per Black Phase, di cui esiste anche un videoclip e che sembra aver marcito delle CGI per la sua realizzazione visiva. Nella traccia torna sia un riconoscibile Icelandic Choir, sia l’organo, sia un’inedita chitarra elettrica in zona Stephen O’Malley che potrebbe deflagrare nel noise ma resiste e si abbandona esangue, senza meta.

Ad ascolto concluso Love Streams risulta tutt’altro che un flusso d’amore, anzi, sembra più un requiem per farci riflettere sull’esistenza del nulla/Nothing. Ancora una volta è un lavoro scultoreo totalizzante, che può esser visto anche in altri modi: una sonata da buco nero, una liturgia digitale, ecc. Un vocabolario antico per un altrove che, nonostante le migliaia di alternative possibili aperte dal digitale, non c’è. Lavoro impossibile da metabolizzare ad un primo ascolto (ma neanche in quelli successivi), l’album rappresenta l’ennesima conferma di un nuovo importante capitolo discografico per Tim Hecker, non solo nella sua discografia ma nella musica per ambienti tutta.

13 Aprile 2016
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