Recensioni

6.5

Quarantacinque anni dopo l’esordio con i Roxy Music (1972), quarant’anni dopo la collaborazione con Bowie per Low e “Heroes” e il capolavoro Before And After Science (1977), trentacinque anni dopo Ambient 4 (1982, non così memorabile come i precedenti citati, ma interessante pietra di paragone per il lavoro di cui stiamo parlando), Brian Eno è ancora in grado di caratterizzare un anno intero, quantomeno a livello affabulatorio. Avevamo cominciato il 2017 con Reflection, pubblicato programmaticamente il 1° gennaio come primo frutto del software generativo messo a punto con Peter Chilvers (con output rinnovato ad ogni cambio di stagione, per risultati sempre nuovi e diversi di uno sviluppo di algoritmi potenzialmente infinito), chiudiamo ora l’anno con un album firmato insieme a Tom Rogerson (a onor del vero primo responsabile, avente diritto in copertina a caratteri più grandi): in entrambi i casi il processo produttivo rischia di essere più interessante del prodotto stesso. Incontratisi per caso e scopertisi in grado di condividere le stesse origini (il brumoso Suffolk), Rogerson (formazione pianistica cristallina, responsabile del 33% delle Three Trapped Tigers, combo di sopraffino ma un po’ noiosetto math post-post) e Eno (per un “riassunto” del suo mostruoso CV vedi qui) organizzano un dialogo analogico-digitale mediato da una macchina che è già una mediazione di suo: il PianoBar  (a cui avevano collaborato niente meno che Buchla e Moog, i due luminari dell’ingegneria elettronica applicata alla musica, provenienti da due coste e due approcci radicalmente differenti – per approfondimenti vedi qui) è un non economico device che trasforma un pianoforte acustico in uno strumento MIDI, scansionando la pressione dei tasti e dei pedali attraverso sensori ad infrarossi.

Da ognuno il suo. Da Rogerson le note, da Eno i suoni, dicono i credits dell’album. Tom improvvisa alla tastiera e Brian processa: il risultato è alterno. Si comincia in salita: in Idea of Order at Kyson Point e Motion In Field, dal massimalismo à la Vangelis dell’approccio pianistico del più giovane inglese il partner più anziano non riesce a dare un senso compiuto; quando invece Rogerson ripiega su un più sommesso impressionismo satieano (On-Ness, Quoit Blue), Eno giustamente si allontana per osservare meglio, ricordando le tutto sommato felici esperienze di Brian con il più didascalico fratello Roger (vedi per esempio Voices, 1985). Quando il combinato disposto analogico-digitale funziona al meglio (March Away, ma soprattutto i layer di armonici multifoglie di Eastern Stack, la grana sognante di Red Slip, le sfaccettature da diamante grezzo di Marsh Chorus) il tutto si traduce in un inaudito piano preparato che Cage avrebbe potuto solo immaginare. Nei due minuti e undici secondi di Minor Rift accade un miracolo di rigore quasi sakamotiano, ma la successiva roboante The Gabbard riporta sotto il livello di galleggiamento. Lo stesso palleggio avviene tra l’elegiaca An Iken Loop e l’abborracciata Chain Home. La conclusiva Rest riassume la sensazione di sospensione a mezz’aria che pervade tutto l’album.

Paragonando le rispettive memorie ambient derivanti dalle frequentazioni degli stessi territori (sovente richiamati nei titoli delle composizioni), il confronto tra questo Finding Shore con Ambient 4: On Land è onestamente improponibile. Che si tratti di improvvisazione viene confermato dalle piccole sbavature che compaiono qua e là nell’esecuzione, che vanno a vantaggio dell’indubbia genuinità dell’approccio. Alle buone intenzioni, però, non seguono automaticamente sempre buoni risultati. In buona sostanza: un album onesto, che se non avesse potuto vantare la co-firma di Eno avrebbe avuto, forse non del tutto a torto, scarsa visibilità.

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