• Ago
    30
    2019

Album

RCA

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Per i fan dei Tool il 30 agosto è stato una sorta di Natale anticipato, la fine di un digiuno che durava dal 2006, appena mitigato dai due brani inediti offerti in anteprima nei concerti della scorsa primavera ed estate. Fear Inoculum è finalmente disponibile, per ora in due versioni: oltre alle 10 tracce per oltre 86 minuti di durata dell’edizione digitale, è doveroso citare anche il CD, perché artwork e packaging superano le già altissime aspettative a cui la band ci ha abituato, nutrite dagli scampoli di notizie vere o presunte che si sono rincorsi in questi ultimi mesi e anni. Pur contenendo tre strumentali in meno, la versione fisica ha un brano in più, Recusant ad Infinitum: è la “colonna sonora” di un video in computer graphic lungo 7 minuti, ospitato da uno schermo HD a 4 pollici con tanto di minicassa acustica, che si avvia non appena si apre la confezione del disco. Chi scrive ha resistito a leak e unboxing del pregiato e costoso oggetto, ed è quindi rimasto a bocca aperta per questo ennesimo centro di Alex Grey (curatore anche dell’artwork degli ultimi due album) e del chitarrista Adam Jones, raffinato e tecnologico antipasto di quello che verrà una volta inserito il dischetto nel lettore.

A essere sinceri, sono stati gli stessi Tool a servirci la prima sostanziosa portata di questo luculliano banchetto quando, il 7 agosto scorso, hanno pubblicato il singolo Fear Inoculum: sin dal titolo, la prima traccia dell’album gioca con l’ambiguità, poiché la paura è ciò che viene inoculato, ma anche ciò contro cui si viene immunizzati. In dieci minuti e infiniti cambi di ritmo e atmosfera, la band ci esorta ad accogliere e superare i nostri timori attraverso la consapevolezza, la saggezza e l’esperienza. L’inizio non è casuale, poiché il pezzo rispecchia molte caratteristiche strutturali del disco: in ogni traccia, strumentali a parte, sono infatti presenti diverse sezioni che la band ha sviluppato accuratamente in un lunghissimo, ossessivo e minuzioso processo di scrittura e riscrittura. Sta a noi, ascolto dopo ascolto, scoprire le miriadi di referenze incrociate che legano tra loro le composizioni dal punto di vista musicale, un po’ come accade nelle riprese dei temi principali nei movimenti di una sinfonia classica. Il paragone ovviamente si ferma qua, perché i riferimenti sono più che mai orientati a quel “post-prog” metal sui generis che la band abbraccia sin da Ænima: basti considerare che i tempi cardine delle diverse tracce sono per lo più “in 7”, un numero dal noto significato simbolico e mistico, senza contare che (includendo anche ep e cofanetti) questa è la settima pubblicazione della formazione statunitense. Dopo essere stati affiancati nel disco del 1996 e nel successivo Lateralus da David Bottrill, i Tool hanno deciso di rivolgersi a Joe Barresi per 10,000 Days, chiamandolo anche per questa nuova fatica. E proprio la produzione è uno dei punti di forza dell’album, che non ricerca alcun tipo di ruffianeria analogica, ma riesce a fare convivere emozioni e suoni perfettamente definiti in pezzi spesso arricchiti da notevoli invenzioni e sperimentazioni timbriche, con passaggi caratterizzati dall’uso di sintetizzatori, mai così esteso.

Nonostante alcuni tratti di discontinuità (anche superficiali: per la prima volta ci sono i testi nel libretto), Fear Inoculum è in tutto e per tutto un album dei Tool, in solida continuità non solo con i dischi citati, ma, in un episodio in particolare, anche con il passato più rabbioso della band: Opiate e Undertow, nonché l’aggressività di pezzi come Hooker with a Penis, riaffiorano infatti nei brutali passaggi di uno dei picchi del lavoro, 7empest, quindici minuti di riff e assoli coronati dai ruggiti di Keenan. Il cantante, come d’abitudine, è intervenuto nelle registrazioni in un secondo momento, una volta che i tre colleghi avevano steso l’impianto strumentale dei pezzi: traccia citata a parte, il cantante intona per lo più melodie pulite à la A Perfect Circle, talvolta improntate a modelli non puramente occidentali. Ci ricorda nuovamente che siamo «tutti nati da un respiro e da una parola» (Pneuma, altro gioiello), interpreta con calma sinistra i dialoghi psicotici di Culling Voices, e in Descending ci mette in guardia sull’autodistruzione avviata dal genere umano, puntualizzando che «cadere non è volare» e che «non si galleggia all’infinito». Sebbene qui non ci siano le aperte rivelazioni biografiche del disco precedente, è probabile che il Nostro si ritrovi nel guerriero stanco e dubbioso di Invincible, un brano dove Maynard affronta (e domina) persino il temibile vocoder, ma in cui soprattutto riflette sul tempo che passa, una dimensione fondamentale per capire l’album, come stiamo per vedere.

Data la monumentalità dell’opera, in questa sede avrebbe poco senso elencare uno per uno i travolgenti climax, le continue sorprese e gli emozionanti particolari di cui è punteggiato Fear Inoculum. Per comprenderne la densità basti pensare che anche nei tre strumentali dell’edizione digitale, i non imprescindibili Legion Inoculant, Mockinbeat e Litanie contre la peur, ci sono motivi di interesse e di coesione. Si pensi ai due minuti di quest’ultimo intermezzo: potrebbero essere accusati di “disturbare” la magistrale doppietta Pneuma/Invincible, ma allo stesso tempo offrono numerosi rimandi incrociati. La litania, infatti, riprende titolo e testo da un rituale esorcizzante descritto nel romanzo Dune di Frank Herbert, le cui parole sono idealmente sovrapponibili ai versi di Fear Inoculum. Da questa all’ultima traccia la strabiliante tecnica di Danny Carey (che nella pur non indispensabile Chocolate Chip Trip ha il palcoscenico tutto per sé e si sfoga in un rutilante e lunghissimo assolo di batteria, punteggiato da profondi boati sintetici) e la versatilità chitarristica di Adam Jones (capace di suonare nei modi più diversi senza mai fare una nota di troppo) trovano ancora una volta nel basso di Justin Chancellor un ideale anello di congiunzione tra (poli)ritmi, livello armonico e melodico.

Questa volta, in più, c’è tutto ciò che è avvenuto dal 2006 a oggi: le infinite cause legali, gli inevitabili scazzi in studio, le gioie e le noie dei tour, gli impegni con le altre band, la nascita di primi e secondogeniti, i pezzi chiusi, quelli cestinati e i riff recuperati dai cassetti. In una sola parola, il tempo: quello che i Tool ci hanno messo per chiudere l’album, quello che si prende ognuna delle diverse sezioni delle lunghe ed elaborate composizioni che lo formano, nonché quello che ci è richiesto per il suo assorbimento e “comprensione”. In quest’epoca di microattenzioni, microscommesse, microvincite e feedback immediati, il quartetto ci sfida a rimanere in ascolto e in silenzio per quasi un’ora e mezzo: fosse anche solo per questo dettaglio, Fear Inoculum è un atto artistico sovversivo e controcorrente, di cui continueremo a parlare a lungo.

2 Settembre 2019
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