• Gen
    31
    1994

Classic

Atlantic Records

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Nel febbraio del 1993 uno sparuto gruppo di persone, guidato da Tori Amos e dal suo fidanzato e produttore Eric Rosse, prende possesso di una vecchia hacienda in un villaggio del New Mexico chiamato Taos e crea lo studio per registrare il seguito di Little Earthquakes. I buoni risultati ottenuti dall’album precedente hanno conferito alla musicista il potere di allontanare ogni quadro e ingerenza dell’Atlantic per concentrarsi esclusivamente sulle nuove composizioni: le nuove “girls”, come le ha sempre chiamate lei, si fanno strada lentamente nella sua coscienza o irrompono già formate e pronte per essere incise. Una visione musicale già nutrita da due decenni abbondanti di studio e di pratica preme per espandersi oltre il livello cantautorale e fare gravitare attorno al pianoforte a coda Bösendorfer (che proprio da questo momento diventerà un compagno inseparabile della musicista) una galassia di spunti stilistici, suoni e rumori. Il mondo dei primi anni ’90 si nutre di rock e Tori Amos ama tanto Schubert quanto Jimi Hendrix e i Led Zeppelin: come pochi altri riuscirà a unire mondi apparentemente lontanissimi. L’intimità diaristica di Little Earthquakes si evolve grazie a una scrittura non più solamente calligrafica e confessionale, ma pronta ad ampliarsi fino ad abbracciare gli attriti e le contraddizioni della maturità. Under the Pink parla di donne non solo in quanto vittime, ma anche come esseri capaci di ferire e tradire le loro stesse sorelle, oltre che di ridurre a brandelli un uomo con una certa facilità: non a caso le prime parole dell’album sono «Tears on a sleeve of a man / Don’t wanna be a boy today». La première, però, è affidata a un singolo il cui titolo sarà per un po’ un altro moniker non ufficiale – e impreciso – di Myra Ellen Amos: Cornflake Girl.

L’ostinato di mandolino di Steve Caton lancia il segnale di adunata sul quale convergono il basso di George Porter Jr. dei Meters, la batteria di Carlo Nuccio e le percussioni di Paulinho Da Costa, a sottolineare le fondamenta ritmiche, più che melodiche, del pezzo. La Amos tratta il pianoforte come una chitarra elettrica, firma riff d’acciaio e due tra i migliori assoli di tutta la sua carriera, consegnando ai posteri il pezzo più pop, orecchiabile e diretto del disco. Ma Cornflake Girl è un’intelligente introduzione anche all’universo tematico di Under the Pink, perché tocca l’importante fil rouge del tradimento “intra genere”: le aperte e accoglienti “raisin girls”, di cui Tori Amos si sente di fare parte, in fondo non sono poi così diverse dalle “cornflake girls”, più settarie e chiuse mentalmente, racconta il testo della canzone. L’autrice ha ricordato più volte di quanto sia stata influenzata da un romanzo di Alicia Walker, Possedere il segreto della gioia, dove si parla di mutilazioni genitali dal punto di vista femminile e della responsabilità delle madri nei confronti dei danni permanenti subiti dalle figlie. Questi molteplici strati tematici si amalgamano con filigrane jazz e tentazioni reggae in una struttura decisamente orientata ai groove sincopati del funk: e nel bridge, ciliegina sulla torta, c’è Merry Clayton, che giusto un quarto di secolo prima aveva duettato con Mick Jagger in Gimme Shelter. Per Under the Pink non potrebbe esserci un traino migliore, tant’è che l’album debutta al primo posto delle chart britanniche. Negli Stati Uniti e in Canada, invece, si punta su un altro pezzo da novanta, God.

Allo squillante mandolino di Cornflake Girl, God risponde con distorsioni e strappi elettrici, su una sezione ritmica incisiva dominata dal basso di George Porter Jr., in grado di dare suono e significato anche ai vuoti tra una nota e l’altra. Non c’è spazio per troppe acrobazie sulla tastiera, anche se espansioni melodiche, alleggerimenti e controcanti svelano una scrittura classica, che affonda le sue radici nei fondamenti pianistici, e non solo in quelli. Già, perché la figlia del pastore Edison McKinley Amos ha un conto aperto con Dio sin da quando era ragazzina e la religione è uno degli snodi più importanti di tutta la sua produzione. «God sometimes you just don’t come through / Do you need a woman to look after you?»: tutto si gioca in quel “just”, nell’abisso di senso che si apre quando una donna acconsente a venire incontro a Dio che, poverino, dopo un giornata di lavoro (o una settimana di creazioni: «Will you even tell her if you decide to make the sky») sarà pure stanco, no? È un’incredibile affermazione di alterità, umanizzazione del divino (o deificazione del femminile) e potere seduttivo, che la Amos interpreta con decisione e sensualità: indossa i panni (parole sue) di “Ms. God” e anticipa così le dramatis personae di American Doll Posse, Unrepentant Geraldines e di altri concept che verranno. Under the Pink, che doveva intitolarsi proprio God with a Big G., è l’affermazione di una donna adulta che sta facendo i conti con il passato, si conosce e sa accettare i propri limiti, e God ne è uno degli apici più solidi e indiscutibili.

Sorellanza e sacralità sono due vertici di un triangolo che si chiude con la sessualità, altro importante pilastro delle riflessioni della musicista, che un paio di anni prima ha sconvolto tutti cantando a cappella di uno stupro realmente subito in Me and a Gun. Under the Pink, però, è il luogo della rielaborazione mentale più che della confessione di getto: ecco quindi i lasciti dello scandalo di Heidi Fleiss nella teatrale The Wrong Band e gli echi di una non specificata violenza in Past the Mission, altro singolo estratto, con un video di Jake Scott che afferma la potenza silenziosa e inarrestabile delle donne unite. Tesa e maestosa, la canzone sfrutta il contrasto tra strofa e ritornello (che vede alla voce Trent Reznor dei Nine Inch Nails) alternando le vaghe tinte reggae di Cornflake Girl con atmosfere vicine a soul e gospel. È un altro brano chiave, perché, come in Bells for Her, Tori Amos inizia a sperimentare sulle possibilità offerte dalle modificazioni degli strumenti: per esempio qui il Bösendorfer, affiancato a un organo Vox, è riempito di polistirolo per farlo suonare come un fagotto. C’è un’incredibile e raffinata leggerezza anche in un’altra composizione che unisce religione e sesso, nello specifico masturbazione: Icicle si prende un intero minuto per acquisire una forma, tra passaggi mormorati, qualche dissonanza e sfuggenti citazioni di inni sacri. Suoni classici e strutture avanguardistiche si fondono su una linea melodica che alterna tensione e rilassamento fino all’impetuoso climax e al ritorno al sussurro: è la mimesi di un atto autoerotico di una preadolescente che dalla sua camera da letto si oppone alle orazioni familiari al pianterreno, ennesima esplicitazione dei dualismi che l’album presenta a ogni livello, e di cui è ottimo esempio anche The Waitress. La traccia è aperta da manipolazioni sonore ed elettroniche, che, insieme alle sovrapposizioni di timbriche acustiche e soluzioni vicine all’industrial, sono indizi dei seducenti e martellanti trip della seguente Space Dog e dell’album del 1999 To Venus and Back. La Amos esplicita subito le sue intenzioni: «So I want to kill this waitress / She’s worked here a year longer than I / If I did it fast you know that’s an act of kindness»: i dissapori e le delusioni di Cornflake Girl si fanno incontrollato concentrato di pura rabbia, che trova sfogo in un ritornello elettrico e distorto su cui splendono le urla schizofreniche «But I believe in peace, bitch». Il percorso narrativo si chiude sui fraseggi ossessivi e i carillon metallici di Bells for Her, un gioiello di dolore e improvvisazione per piano preparato, che è stato registrato in una sola take e fotografa la straziante consapevolezza che provano due amiche quando decidono di intraprendere strade diverse.

E gli uomini? C’è una triade di ballate classicheggianti tutta per loro. Se Pretty Good Year, la canzone che apre Under the Pink, racconta le sofferenze d’amore del giovane Greg, Cloud on My Tongue riconosce il potere animalesco di alcuni esponenti del sesso maschile e la circolarità (mimata sullo spartito dai fraseggi del pianoforte) della ricaduta in queste spire seduttive: quello stesso potere sarà rivendicato come proprio e tradotto nell’album successivo, Boys for Pele. In Baker Baker, infine, la cantautrice confessa di non essere stata sempre disponibile con alcuni uomini della sua vita, che pure si meritavano tanto: il sussurro finale «If you see him say hi» è una stilettata al cuore che strizza l’occhio a Dylan e si affianca ai tanti rimandi del disco, da quelli testuali a Patti Smith e Neil Gaiman, fino ai tanti richiami musicali che trovano ampie possibilità di sviluppo in quella che tuttora è la traccia più lunga pubblicata da Tori Amos, Yes, Anastasia. Accomunata a uno dei brani più minimali della raccolta (Icicle) da un’apertura per solo piano formalmente libera, densa di suggerimenti tonali e inusuali spunti armonici, la traccia chiude Under the Pink unendo l’impressionismo pianistico con il romanticismo orchestrale tipico dei compositori russi, grazie ai riusciti arrangiamenti per archi del fido John Philip Shenale. Il testo, criptico e impressionista anch’esso, pare suggerire un riferimento alla dualità tra Anastasija Nikolaevna Romanova e Anna Anderson, una donna che per tutta la vita ha affermato di essere l’ultima discendente degli zar, scampata al massacro della sua famiglia. Ma soprattutto Yes, Anastasia parla di comportamento tra donne («Girls girls what have we done to ourselves») e della violenza che storicamente gli uomini hanno compiuto su di esse, fornendo un perfetto controcampo all’intima sofferenza provata dal protagonista di Pretty Good Year.

Under the Pink, per quanto probabilmente non sia il lavoro più riuscito o più acclamato dalla critica tra quelli firmati da Tori Amos, ne ha definito incontrovertibilmente la carriera e la vita: tra la primavera e l’estate del 1994 la musicista conoscerà Mark Hawley, futuro produttore, marito e padre di sua figlia, e diventerà portavoce della neonata R.A.I.N.N. (Rape, Abuse & Incest National Network), una delle realtà tuttora più importanti degli Stati Uniti nella lotta alle violenze sessuali di ogni tipo. È altrettanto degno di nota sottolineare che l’album arriva in un momento di svolta importante per il rock alternativo, ormai predato dalle major e aperto al grande pubblico: Tori Amos, Björk e P.J. Harvey sono protagoniste di una storica copertina di Q del maggio 1994, con tanto di intervista tripla a cura di Adrian Deevoy. Il giornalista a un certo punto domanda se le tre musiciste si siano mai sentite in competizione, ed è proprio la Amos a rispondere nella maniera più articolata e diretta: «Per le donne è divertente, perché i giornalisti mettono le donne una contro l’altra. Se ci pensi, Jimi Hendrix, Jimmy Page ed Eric Clapton erano molto più simili di quanto lo siamo noi. Noi abbiamo le tette. Abbiamo tre buchi. Ecco cosa abbiamo in comune. Non suoniamo neanche gli stessi strumenti. Mi dispiace proprio tanto quando si fabbricano competizioni a vantaggio di menti e fantasie di poco conto. Non è crescere e non è d’aiuto». Un’osservazione ficcante e senza peli sulla lingua che, purtroppo, suona attuale e necessaria anche a venticinque anni di distanza.

9 Gennaio 2019
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