• ago
    03
    2018

Album

Epic records

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Gavetta da protégé di Kanye e una serie di uscite in proprio qualitativamente altalenanti, Travis Scott è il ponte tra blockbusterata trappara da heavy rotation e aura da psichedelia afroamericana in cui è maestro – sempre restando in ambito mainstream – un A$AP Rocky. In ASTROWORLD l’idea di fondo è presto chiara: tanti(ssimi) soldi a disposizione, prontamente spesi in una carrellata di collaborazioni che a leggere i credits del disco sembra la line-up di un festival, e in produzioni opulente e curatissime. Il disco suona benissimo, e d’altronde visto il budget alle spalle era il minimo da pretendere. Oltre a questo, che altro? Diverse tracce sono dei buonissimi pezzi. La sensazione è che la veste in cui Scott rende al meglio sia quella da curatore e direttore di ospiti, piuttosto che da interprete in prima persona. «Who put the shit together? I’m the glue» dice in SICKO MODE, ed è evidente. Il risultato finale va ben oltre la playlist-tappezzeria à la Drake (e meno male), ma va detto che una volta lasciato solo, emergono tutti i limiti di Scott, che né come penna né come performer supera mai la soglia dell’anonimato. A tal proposito basti da solo il pezzo conclusivo COFFEE BEAN: si parla della sua relazione con la starlette da reality kardashiano Kyle Jenner, ma qui (e in tutto il resto del disco) non c’è un solo verso che si ricordi. E ancora una volta, a salvare il pezzo è semplicemente l’ottimo beat.

L’altra grande perplessità è l’effettiva longevità di dischi come questi: risentiti tra dieci anni, faranno probabilmente l’effetto di quei fumetti degli anni Settanta ambientati nel 2001 con le macchine volanti. Quindi occhio ai facili entusiasmi dettati da una produzione sì esaltante, ma (forse troppo) calata nel momento. Assodate le non poche perplessità, dov’è che ASTROWORLD funziona? Quando Scott può fare quello che gli riesce meglio: incastrare la favolosa produzione di turno e gli altisonanti ospiti che il budget gli mette a disposizione, costruendo lisergie trap che spesso si avviluppano su sé stesse con diversi cambi interni al pezzo. Tra gli episodi più felici va sicuramente inclusa l’opener STARGAZING, un’intro perfetta al disco e a quanto detto: un impasto prappy-sych con un beat denso e stratificato in cui si affastellano un flauto di sfondo, note di chitarra elettrica ultra-riverberata, un synth come tema portante e la consueta orgia di voci autotunate. A 2/3 della traccia ecco poi l’immancabilke beat-shift, che si assesta su una produzione più secca e incalzante su cui Travis rappa incattivito il giusto. SICKO MODE è un altro esempio riuscito: una “falsa” intro di Drake, poi un basso funkettoso su cui Scott snocciola una delle sue migliori strofe del disco (con omaggio a Biggie «gimme the loot»), poi un nuovo beat-switch con un synth cinematico a sorreggere una strofa di Drake, prima di un’outro che svolta nuovamente. CAROUSEL tiene per tutta la sua durata un fastidioso campionamento vocale ma acquista un senso col ritornello di Frank Ocean, ma i due vertici dell’album arrivano di lì a poco: STOP TRYING TO BE GOD è il primo, con i soffusi contrappunti mugugnati di Kid Cudi, un bellissimo assolo di armonica (addirittura di Stevie Wonder) e una chiusura affidata a James Blake sopra un tappeto di organo; WAKE UP si regge invece su un morbido beat con chitarra acustica e corredo di effettazzi haunted di cornice, un bridge bello arioso e le solite smarmellate da porcellone di The Weeknd («Said her pussy so good / Uh, pussy so sweet», probabilmente ancora niente Pulitzer all’orizzonte per lui).

C’è poi tutta una serie di graditi rimandi alla tradizione southern (Scott è di Houston), a cominciare da RIP SCREW, un omaggio a Dj Screw, compianto padrino del chopped & screwed (per un approfondimento mi autopromuovo sponsorizzando Hip Pop, dove troverete un paragrafo a lui dedicato); NO BYSTANDERS riprende Tear Da Club Up dei Three 6 Mafia, mentre 5% TNT (piano teatrale, basso cavernoso e ad-libs spettrali) è pregna di riferimenti a Mike Jones e Goodie Mob. A circa due terzi della scaletta però la qualità media dei pezzi cala abbastanza vistosamente: si salvano le belle melodie di NC 17 (con una gustosa strofa di 21 Savage) e gli incastri di flauti e chitarre di YOSEMITE, mentre abbondano episodi ridondanti, come WHO? WHAT? (la classica banger con i Migos ospiti, davvero niente di più che un comodo pilota automatico inserito e lasciato andare), BUTTERFLY EFFECT, CAN’T SAY e HOUSTONFORNICATION.

Il miglior lavoro di Scott ad oggi? Probabile. Godibile quando – a suon di dollaroni – le carte sono messe al posto giusto? Assolutamente. Ce ne ricorderemo tra qualche anno? Improbabile. 

8 Agosto 2018
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