• set
    09
    2014

Album
U2

Self Released

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Non è facile parlare di musica a proposito dell’ultimo album degli U2, uscito di sorpresa sui canali di Itunes ad un prezzo di estremo favore (gratis) che però a ben vedere un prezzo ce l’ha: ovvero, l’impossibilità di non averlo se sei un utente Itunes. E pazienza se a Bono e compagni preferisci da sempre i Casadei o Laura Pausini. C’è un problema di invadenza metodologica che viene ostentato con sfacciataggine da guinness dei primati (“la più grande distribuzione di un album della storia!”), ma ancor più c’è un problema di sostanza che induce a riflettere: la fortuna di questo disco – intendendo con questo la sua diffusione e (di riflesso ma non necessariamente) la sua popolarità – sarà pesantemente influenzata da questo metodo massivo di distribuzione.

Una sorta di dumping portato all’estremo, dove la sovvenzione è a cura di Apple (che ha pagato il disco agli U2, vale la pena di sottolinearlo) e l’obiettivo è ottenere una molteplice ricaduta promozionale (sui prodotti Apple nonché su tour e prodotti U2, che tra l’altro hanno già annunciato il successore Songs Of Experience). Tutto ciò lasciando perdere aspetti quali la coerenza della band rispetto alla sua storia recente e antica, nonché le ricadute sulla posizione stessa del rock – già di per sé in fase calante – tra le arti espressive. Insomma, difficile parlare della musica contenuta in questo disco. Ma ci proviamo, anche se a dire il vero la musica non aiuta. Iniziamo sottolineando che la produzione è di Danger Mouse, la qual cosa – che ve lo dico a fare – si sente: una produzione implacabile, definita e tornita, ricca e scoppiettante.

C’è un problema però: rispetto al già fin troppo enfatizzato sound dei due precedenti lavori, qui il tentativo di attualizzarlo ha neutralizzato l’impronta U2, fatta eccezione per la voce. Tra riffoni variamente hard, dinamismi di basso, ingegneria ritmica e grafismi sintetici, sembra di ascoltare l’ipotetico disco solista che Bono non ha mai inciso. Non vorrei utilizzare un’affermazione troppo forte, ma The Edge, Clayton e Mullen avrebbero potuto benissimo metterci soltanto la faccia lasciando il lavoro sporco a qualche session man coi controcoglioni: probabilmente non ci saremmo accorti della differenza. Il problema secondario – solo perché non stupisce per nulla – è che le canzoni sono fiacche, sono puro mestiere da mestieranti di lusso tenuto in piedi con infusioni di adrenalina artificiale.

In questo senso rappresentano un prodotto eccellente, perché sanno sfiorare l’autocitazione senza smettere di ostentare la voglia di stare nel presente (vedi come Every Breaking Wave ricordi vagamente With Or Without You – per poi infangarsi in un chorus troppo zuccheroso persino per i Coldplay – o come Sleep Like A Baby Tonight abbozzi una rielaborazione di If You Wear That Velvet Dress strapazzata di insidie industrial), celebrano il passato come se stessero sfogliando ologrammi di fronte all’entusiasmo di uno stadio gremito (vale tanto per i vocalizzi radenti di The Miracle che per le palpitazioni tenui di Song For Someone), bazzicano situazioni pseudo-alternative (una piuttosto sostituibile Lykke Li tra le astrazioni errebì corrucciate di The Troubles, una Cedarwood Road che cincischia tra turgori Black Keys e ugge western) senza smettere di mirare al bersaglio grosso e soprattutto scordando di innescare troppo scomoda empatia.

Sono pezzi cioè pensati come elementi/accessori/propaggini di un evento di grandi proporzioni, ne hanno il volume e la dimensione estetica ma anche l’inevitabile indeterminatezza poetica, la smania di confezione più adatta per ben figurare in una convention che per suscitare emozioni nell’intimo della cameretta. Diciamo che la sensazione, per nulla piacevole, è che nell’ordine di idee di megastar come loro non rientrino più crucci del tipo “facciamo un disco rock”, sostituiti da “facciamo un disco che lasci a bocca aperta la multinazionale”.

In ultimo, rispetto all’operazione In Rainbows dei Radiohead a cui è inevitabile ricondurlo, questo Songs Of Innocence sta più o meno agli antipodi. In primo luogo, perché laddove i cinque di Oxford ti dicevano “assaggia e paga quanto/se vuoi”, i quattro irlandesi ti dicono “prendi e ascolta, il resto sono cazzi tuoi, tanto mi hanno/hai già pagato”. In secondo luogo, perché al netto della posizione privilegiata i Radiohead ipotizzavano un modello alternativo all’egemonia delle major, mentre gli U2 ne tracciano uno esclusivo che solo pochi grandissimi nomi potranno mai permettersi. In altre parole, se quello schiudeva possibilità (opinabili, ma pur sempre possibilità), questo si rintana dentro le mura della fortezza. Sempre più dorata e arida.

13 settembre 2014
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