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7.4

Della reductio Drift Songs ce ne facciamo il giusto. La nuova mastodontica produzione discografica degli Underworld va gustata sulla lunghissima distanza – ovvero in formato Drift Series 1 – che a scanso di dubbi significa immergersi testa e cuore in un boxset della durata di 5 ore e 45 minuti. Parliamo di un totale di 34 tracce con due sopra i 30 minuti e ben 15 a superare i 7, e parliamo di libere improvvisazioni sui 120-130 bpm, declinate techno come electro o house, in cui il canto (così come il declamato) di Hyde ha modo di spaziare in eleganza, carisma e libertà.

Sono improvvisazioni che spesso ben si prestano a volumi sostenuti (specie quelle con il producer brit Ø [Phase]) e che vissute in cuffia, in macchina o, perché no, in un club o a supporto di film immaginari, calibrano rush chimico e carezze afterglow con distaccata eppure appassionata precisione. È la materia che meglio si confà al duo che ancor oggi ne produce di viva, in divenire, fuori dal tempo, potabile tanto per il neofita quanto per chi conosce la coppia da cima a fondo e voleva – come il sottoscritto – qualcosa che riportasse alla vera, proteiforme, polpa dell’Underworld. Come ben recita il titolo qui si va di drifting, ovvero ci si lascia trasportare, alla deriva, così come Karl e Rick, da soli o ben accompagnati, si sono abbandonati a queste improvvisazioni su traccia guidati dal solo intuito, senza paletti o strategie particolari.

Il minutaggio, poi, è il risultato di una selezione operata su un totale di 52 settimane di un pubblicizzato – e condiviso in rete – laboratorio multimediale (tra musica, video e poesia), un esperimento che ha tenuto impegnata la coppia per altrettanti appuntamenti a partire dalla fine dello scorso anno. Spiccano le tracce con gli australiani The Necks, band più volte magnificata da queste parti. Alla loro collaborazione è dedicato il sesto CD, lavoro che per qualità e trasporto (al contrario di Teatime Dub Encounters, il disco in collaborazione con Iggy Pop pubblicato lo scorso anno) non avrebbe sfigurato come standalone. Nello specifico parliamo di un trittico di brani che formano un unico luccicante mosaico subliminal jazz fatto di inserti etno (Altitude Dub Continuum), così come sottilmente impro (A very silent Way) e kraut celeste altezza E2E4 (Appleshine Continuum). Imperdibili.

Altre tracce a spiccare nel mazzo sono l’omaggio alla Chicago che fu di Mile Bush Pride, la raffinata jazz(world)tronica in 4/4 di Tree And Two Chairs (film edit), un gioiello folk pastorale à la Orb chiamato Custard Speedtalk (che riavvolge il nastro a Cells & Bells che chiudeva High Life, l’album firmato da Brian Eno e Karl Hyde nel 2014) e S T A R, uno spedito breakbeat sul quale la metà vocale degli Underworld declama per libere associazioni citando dozzine di icone pop(olari) del ventesimo secolo (si spazia da Johnny Depp a David Beckham e oltre), un classico stratagemma nella produzione dei Nostri, che si autocitano senza risultare stucchevoli. E ci sarebbe tanto altro ancora di cui parlare, ma evitiamo voli pindarici e aggettivi vari. Il consiglio è: acquistatelo e ascoltatelo ma anche vedetelo – c’è un Blu-ray – e leggetelo – c’è un libretto a colori di 80 pagine. Indispensabile.

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