• Mag
    03
    2019

Album

Columbia Records

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Si ripresenta così, Ezra Koenig, a sei anni di distanza da quel Modern Vampires of the City che ha chiuso la prima trilogia dei suoi Vampire Weekend: un globo terrestre stilizzato in copertina, che richiama certe grafiche dei primi anni Novanta, il logo della Sony Music ben visibile e diciotto brani inediti per circa un’ora di musica. Un azzardo, in tempi in cui impera la parsimonia, che si traduce in un doppio LP. Proprio il vinile si rivela il formato ideale per assaporare il quarto capitolo della carriera della band statunitense, Father of the Bride, opera superba e strabordante di idee, ordinatamente indisciplinata, come seppero esserlo i Fleetwood Mac ai tempi di Tusk.

Avevamo lasciato i ragazzi alla soglia dei trent’anni, con un lavoro maturo, coerente col percorso intrapreso ma con più ombre rispetto ai precedenti. Durante la lunga vacanza dei Vampire Weekend Rostam Batmanglij ha lasciato il gruppo, pur con la promessa che lui ed Ezra avrebbero ancora collaborato. È stato di parola. Il suo nome compare tra i produttori di due canzoni – We Belong Together, di cui è anche co-autore, e l’ottimo singolo Harmony Hall. Motore creativo della band, Rostam in passato è riuscito a stemperare certi eccessi del collega, che qui è andato a ruota libera, mettendo in fila una serie impressionante di intuizioni e influenze. Koenig è cresciuto come autore, è tornato con nuove storie da raccontare, e lo fa con parole nuove, con immagini più sgargianti, talvolta usando il country-folk bucolico e in altri casi con un flamenco arditamente servito su un vassoio synth-pop (come succede in Sympathy).

Molto è cambiato nella vita del leader, che si è trasferito a Los Angeles e ha avuto un figlio, Isaiah Jones, dalla compagna Rashida Jones (figlia di Quincy e Peggy Lipton). A trentacinque anni appena compiuti può vantare un curriculum ricco di esperienze extra-discografiche, come una serie animata per Netflix (Neo Yokio) e un radio show su Beats 1, Time Crisis with Ezra Koenig, che dal 2017 conduce insieme a Jake Longstreth – fratello di David, cantante e chitarrista dei Dirty Projectors. La vita di coppia, i problemi del mondo (dalla difficoltà a comunicare e co-esistere fino al surriscaldamento globale) e della “sua” America conquistata da Donald Trump, sono linfa per la penna di Ezra, insieme ad ascolti attenti ed eclettici, dai Grateful Dead ad Haruomi Hosono, senza tralasciare neanche stavolta la musica africana. Dalla Sierra Leone proviene il sample di S.E. Rogie Please Go Easy With Me usato in Rich Man, mentre è ancora la world music filtrata da Paul Simon uno dei fari dell’ex indie kid.

Sono in tanti ad aver messo le mani, la voce e gli strumenti in questo Father of the Bride. Non stupisce che Danielle Haim sia presente in ben tre brani, vista la condivisione di collaboratori come Michael Tucker (Bloodpop) e l’ingegnere del suono Emily Lazar: particolarmente riuscito il duetto civettuolo à-la Beautiful South in Married in a Gold Rush, ma sorprende anche lo humour tra i denti di We Belong Together («we go together like Keats and Yeats / bowls and plates / days and dates»). Mark Ronson, ex compagno di Rashida Jones, figura tra gli autori di This Life – frizzante riscrittura di Brown Eyed Girl del primo Van Morrison – mentre è Ludwig Göransson (autore della colonna sonora di Black Panther, già all’opera con le Haim e con Childish Gambino) a partecipare alla stesura di My Mistake, sbilenco pastiche lounge tra Cole Porter e Sondre Lerche. Resta stabilmente nella squadra il produttore Ariel Rechtshaid (Adele, Troye Sivan, Weyes Blood, ancora le Haim), David Macklovitch dà il suo tipico tocco Chromeo ad How Long (che campiona And the Beat Goes On dei Whispers), mentre la chitarra in Sunflower e Flower Moon è quella del giovane Steve Lacy (The Internet). Per sua natura, il disco è frammentario come un mixtape, un gioco continuo di cut-and-paste, ora più organico ora più elettronico, e di cambi repentini di stile che dev’essere assimilato e decodificato con pazienza. I testi sprigionano ancora una volta una spiccata wittiness, come in This Life («baby, lo so che il dolore è tanto naturale quanto la pioggia / ma pensavo che non piovesse in California!» fa pensare a uno Stephin Merritt di buon umore e senza tastiere Casio) e dipingono storie, personaggi, momenti, e gettano la maschera nell’autobiografia pura di Stranger (sulla gioia di avere accanto una donna che prima vedevi solo in tv).

Enciclopedico, affascinante anche quando (e perché) eccede nell’ambizione, Father of the Bride è un contenitore di canzoni pop finemente confezionate anche laddove possono sembrare bozzetti non finiti, inserite in tracklist con il preciso scopo di rendere avvincente la narrazione e sostituire la scala di grigi della copertina della precedente fatica discografica con un vivace, ma non banale, technicolor. Dai campionamenti di Hans Zimmer alle percussioni africane, fino al pianoforte registrato in lontananza, tutto in un magnum opus coreografico e cinematografico, ma anche folle e bulimico (tra Tusk e il White Album, quasi un 22 Dreams per i tempi moderni).

3 Maggio 2019
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