Recensioni

L’Italia centrale e il fascino dell’Adriatico, con le sue location mozzafiato, sono stati protagonisti della prima riuscita edizione del Siren Festival a Vasto (CH). Una folla devota e curiosa ha visto la splendida cittadina abruzzese partecipare attivamente, tra concerti sparsi, street food e numerosi punti ristoro. Un po’ come accade da tanti anni in una realtà piccola del Sud, la Castelbuono (PA) dell’Ypsigrock Festival.

Laddove lì sono il castello medievale e le specialità gastronomiche ad attirare ed essere protagonisti degli eventi musicali, qui sono le coste, il Castello Caldoresco, le numerose chiese e il quattrocentesco Palazzo D’Avalos, sede del museo civico e del museo del costume, nei cui bellissimi giardini-terrazza con vista mare abbiamo assistito a interviste pomeridiane e concerti, circondati da un belvedere che lascia senza fiato; il cortile del medesimo Palazzo è stato poi sede staccata di live set (Anna Von Hausswolff, The Soft Moon, Tycho, Fuck Buttons) e proiezioni di film. Per non parlare del palco principale, nella grande Piazza del Popolo, e della defilata ma suggestiva Arena delle Grazie. Il valore aggiunto, va da sé, è costituito dal clima temperato, dalle magnifiche coste teatine e da un’organizzazione impeccabile. Gran bel debutto per un festival neonato che si spera avrà vita lunga.

Cosa volere allora di più in giornate di metà luglio, con grande musica e un pubblico attento e partecipe? Il Siren si è infatti distinto per la line-up variegata e di valore, distribuita su vari palchi. Non tutto era possibile vedere in contemporanea, viste le tre location, e soprattutto la relativa distanza, rispetto agli altri palchi, dell’Arena delle Grazie, dove si sono esibiti gli italiani. Ma tant’è, si è fatta la spola da un palco all’altro.

Piazza del Popolo poco prima delle 20:00 del 25 luglio è impaziente di iniziare: ai londinesi Dry The River, che stanno per pubblicare a fine agosto il secondo album, Alarms In The Heart, l’incombenza di aprire le danze. Francamente, la magnificenza di cui sopra avrebbe meritato inizio più degno, non certo una versione dei Mumford & Sons giusto appena un po’ più “rock”. Quando questo presunto “folk revival” si estinguerà sarà sempre troppo tardi, quantomeno per chi riesce a fiutare pose e atteggiamenti che molto hanno a che fare con lo sbertucciamento di discutibili tendenze e poco con l’ispirazione; e se vi pare un discorso da dinosauri della critica, che dirvi… contenti per voi che vi siete goduti il singalong strappacuore nel finale e le pose “trasgressive” del bassista. Brrr.

Meglio passare alle suggestioni del cortile D’Avalos, con quella che è per noi la rivelazione del festival, Anna Von Hausswolff, giovane pianista, compositrice e cantante svedese, all’attivo due dischi e una buona fama come performer live. Non smentisce infatti, regalando un set emozionale e aggressivo, ricco nello stesso tempo di suggestioni introspettive. Bravissima, ha rapito riuscendo a creare un’atmosfera da brivido. Applausi, anche se siamo in pochini. Ed è un peccato che sorte simile sembri toccare ai veterani The Drones, che con noncurante e lacerante intensità svegliano – finalmente! – il pubblico in Piazza del Popolo con un set energico e vibrante, acido e sferzante. Se ne parla e se ne parlerà sempre troppo poco rispetto agli altri protagonisti del festival, e forse in fondo è giusto così, in un mondo in cui i Dry The River dividono lo stesso palco. Trova le differenze.

Peccato che per un impietoso accavallamento ci tocca perderci i Jennifer Gentle all’Arena, di cui sentiremo pero’ parlare un gran bene; in compenso afferriamo al volo il finale di The Soft Moon che, a giudicare dall’esultanza del pubblico e dalla densità dei decibel, hanno tenuto fede alla loro crescente fama di valente act dal vivo. Arrivano così The National, nemmeno a dirlo i più attesi nonostante il loro sia a tutti gli effetti un minitour estivo nel Belpaese. Valga in questa sede ribadire soltanto la loro istituzionalità, nel bene e nel male. Ogni cosa perfettamente al suo posto, compreso il canonico show nello show di Matt Berninger, che quasi entra dal balcone in una delle case che danno sulla piazza, nel divertimento di tutti e, soprattutto, suo. In questa caratteristica follia programmata, e nel finale dello show con il consueto coro di Vanderlyle Crybaby Geeks, ci sono tutti i motivi per cui si amano (o si odiano) tantissimo, i National.

Il giorno dopo Alexis Taylor sale sul main stage al tramonto: è l’inizio di una serata che a differenza della precedente non accuserà alcun calo e anzi risulterà più omogenea, in un crescendo di intensità e di emozioni. L’occhialuto e vagamente inquietante leader degli Hot Chip infatti regala un set che, al netto di alcune brevissime incursioni decisamente rumorose, è pienamente incentrato su un soul morbido e (post)moderno, confermando le buone impressioni lasciate dal suo appena uscito Await Barbarians. Tocca a Tycho al Giardino d’Avalos alzare il tiro e i ritmi: sin dalle prime note, il producer americano e la sua band ci avvolgono in sonorità care alla wave indie degli ’80, aumentando gradualmente l’intensità e preparando così il terreno alle emozioni del set successivo.

Come altro definire l’ora che John Grant ha offerto ai fortunati presenti, se non come un turbine d’emozioni? Accompagnato da un quintetto di musicisti islandesi, dalle prime note di Vietnam mostra un magnetismo e un carisma, non solo vocali, che è proprio solo dei grandi. Forse, in una scaletta quasi del tutto incentrata sulle più classiche delle sue ballad avremmo preferito più momenti uptempo – l’accoglienza riservata a Pale Green Ghosts e Black Belt, poste strategicamente a metà, ci dà ragione – , ma alla luce del finale esplosivo di Glacier e Queen Of Denmark, l’inchino è d’obbligo.

Il Siren potrebbe anche chiudersi qui, ma restano le ultime cartucce per il colpo di grazia: se i Fuck Buttons fanno – degnamente – saltare in aria il Giardino d’Avalos, ai Mogwai tocca fare lo stesso in Piazza del Popolo. Poco da aggiungere: due nomi, due garanzie, quali che siano i vostri gusti o opinioni sul loro output discografico. E se questa era soltanto la prima edizione del Siren, non resta che aspettare la seconda. Con tanti e doverosi complimenti.

(contributi di Antonio Pancamo Puglia)

Fotogallery di Erminio Di Nicola

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