Recensioni

Bisogna cominciare dalla fine per comprendere questo disco. Dalla fine dello stesso, ma anche e soprattutto dalla fine, traumatica anzichenò, dell’esperienza Women, di cui i Viet Cong sono la diretta filiazione, avendo in formazione il basso di Matt Flegel e la batteria di Mike Wallace. La morte improvvisa di Chris Reimer acuì le tensioni di un ultimo periodo della band già di per sé piuttosto teso e portò la sezione ritmica a tornarsene a Calgary e a ricominciare daccapo coi Viet Cong e con due nuovi chitarristi: Scott Munro e Danny Christiansen. Cassette, edito in proprio come tour-tape e poi ristampato da Mexican Summer qualche mese addietro, metteva in mostra il legame con la band precedente e nuovi spunti all’insegna di quel “labyrinthine post-punk” sottolineato dai quattro.
Ora Viet Cong ce li consegna sulla lunga distanza e, partendo appunto dalla fine, dalla fluviale chiosa affidata a Death – quasi 10 minuti di epica chitarristica con una parte centrale a far da ponte in cui reiterazioni e ciclicità sembrano far rivivere i fantasmi “depurati” degli Oneida di Sheets Of Easter – più vivi e attenti che mai nella loro proposta sempre più a fuoco, rispetto ai primi passi. Meno wavey degli Women e meno ondivaghe dei suoni in via di definizione di Cassette, le sonorità di questo debutto sono più corpose sul versante ritmico, con basso e batteria a scandire interplay da motorik spinto su cui le chitarre e le voci, spesso incastrate e su registri slacker, sono libere di muoversi facendo emergere un magma vagamente post-punk nell’atteggiamento, quanto free nelle soluzioni.
Si giustificano così le scorribande acide e freak di March Of Progress, mischione kraut-spacey che sembra i Velvet Underground spalmati lungo un ponte spazio-temporale che scaraventa Neu!, Faust e compagnia krautante nel mezzo della bolla della summer of love della west coast, lo psycho-wave jingle-jangle di Bunker Buster o la citata cavalcata conclusiva di Death. Un paio di passaggi a vuoto, quando la vena wave/lo-fi 2.0 alla Blank Dogs o, peggio, alla Interpol e wavers anni ’00, prende un po’ troppo la mano ai quattro – Continental Shelf e Silhouettes, rispettivamente – non ci permettono di assegnare il massimo dei voti, ma Viet Cong resta album ottimo e una filiazione perfetta per quello sfortunato progetto di band eccezionale che furono gli Women.
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